GIUSTIZIA MALATA

 GIUSTIZIA MALATA

*di Filippo de Jorio

Se dobbiamo seriamente valutare la situazione attuale del servizio giudiziario in Italia è necessario prioritariamente riconoscere che tutte le riforme realizzate negli ultimi anni per diminuire i tempi dei processi, nonché il loro numero, sono fallite.

Lo stesso Vietti, V. Presidente del C.S.M. e magistrato, lo ha recentemente riconosciuto!

Ma, parallelamente, i tentativi di cui sopra hanno gravemente compromesso la conformità del processo agli artt. 3 e 24 della Costituzione perché hanno vulnerato sia il diritto di difesa di cui all’art. 24, sia il comma secondo dell’art. 3 che vuole la rimozione degli ostacoli che “limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

In questa situazione gli sforzi del governo e del legislatore dovrebbero essere tesi ad una valutazione oggettiva del fenomeno per studiarne le necessarie vie d’uscita. Invece (e ciò da almeno tre lustri) si sono rivolti ad ipotizzare e, purtroppo, ad introdurre misure, soprattutto economiche volte a scoraggiare la proposizione di azioni giudiziarie e conseguentemente i ricorsi per il ritardo di giustizia per il timore di doverne affrontare i costi crescenti e le penalità che, ad nutum, possono essere irrogate per “punire” quelli che non intendono questa logica per così dire maltusiana incongruamente destinata al controllo della nascita di nuovi processi per scoraggiarlea prima che si verifichi (si vedano ad esempio le pesanti condanne alle spese di giudizio in caso di soccombenza, che nel caso dei cittadini privati raggiungono anche le decine di migliaia di euro, mentre, nella remota ipotesi in cui venga condannata la P.A., si limitano a poche centinaia).

La legge è uguale per tutti, ma ci sono quelli per i quali – possiamo dire, parafrasando il filosofo greco, è più uguale che per gli altri.

Oggi solo i ceti più abbienti possono rivolgersi al servizio giustizia senza remore né riserve.

Vediamo ad esempio l’ultimo “regalo” che il governo Berlusconi ha fatto ai cittadini italiani, la cosiddetta “legge di stabilità 2012” la quale, a parziale modifica dell’art. 283 del codice di procedura civile penalizza la istanza di sospensiva. Se questa ha la disavventura di non piacere al Giudice, egli può condannare chi l’ha proposta ad una pena pecuniaria che va da 250 a 10.000 euro. E questa condanna non può – anche se errata – essere revocata subito perché occorre aspettare la sentenza che definisce il giudizio.

Ma la legge di stabilità 2012 non si ferma qui (vedasi ad esempio l’art. 27 per l’accelerazione del contenzioso civile in appello…..).

La stessa norma di “scoraggiamento” è contenuta nelle modifiche del codice del processo amministrativo attuata con decreto legislativo 195/2011 “il Giudice condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria quando la parte soccombente ha agito o resistiva temerariamente in giudizio”).

Abbiamo rievocato le ultime vicende che possono registrarsi nell’alveo di una linea che riteniamo profondamente errata e sospettiamo di incostituzionalità per evidente pretermissione degli artt. 3 e 24 della Costituzione.

Ma, in realtà, è da tempo che il governo che più ha condizionato la politica italiana dal 1994 in poi cioè quello di Berlusconi ha scelto questa strada! Come dimenticare l’aumento continuo delle tasse giudiziarie, del contributo unificato per le spese di giustizia, che vale anche per i giudizi di lavoro se non si prova con l’esibizione della dichiarazione fiscale di essere quasi in stato di indigenza? Che dire del fatto che anche i poveri pensionati ricorrenti davanti alla Corte dei Conti vengono da qualche tempo condannati alle spese nei confronti degli enti previdenziali e delle pubbliche amministrazioni?!

Negli ultimi tempi ho notato un evidente “favore” verso gli enti previdenziali (ormai unificati nel catastrofico INPS) e verso la P.A. che così vede premiate e coperte le sue inefficienze (ci sono sentenze che il Ministero della Difesa impiega fino a dieci anni per eseguirle!).

Ora questo è nettamente contrario anche all’art. 111 della Costituzione che vuole, in aderenza al principio del “giusto processo” contenuto nella Convenzione europea dei Diritti dell’uomo, la “égalité des armes”, cioè la totale parità tra la pubblica amministrazione ed i privati cittadini (la Corte europea dei Diritti dell’uomo a partire dal 1999 con la sentenza Bottazzi c. Italia ha condannato il governo italiano per le carenze strutturali del ordinamento giudiziario in materia civile, penale ed amministrativa, affermando che queste croniche inadempienze non sono degne di uno Stato di diritto, chiedendo nel contempo al nostro legislatore di intervenire per dare una concreta attuazione ai diritti tutelati dalla CEDU).

In questo quadro va inserito anche il vergognoso “balletto” per stabilire - con ritardi inverosimili ed inaccettabili- se la competenza dei ricorsi per il ritardo delle sentenze dei Giudici Amministrativi per dolersi della loro eccessiva durata ex L. 89/2001 cd. Legge Pinto, debba essere impugnata seguendo il criterio di cui all’art. 11 c.p.p. oppure no (come aveva già deciso nel 2007 la Corte Costituzionale).

Tra tutte le misure gravi e dolenti per scoraggiare il ricorso alla giustizia spicca l’aumento del contributo unificato anche per i processi di lavoro o di pensioni davanti alla magistratura ordinaria ed amministrativa (oltre al suo raddoppio in tanti altri casi, come ad esempio, per quanto attiene all’impugnazione dei provvedimenti delle Autorità Garanti).

E’ la prima volta che questo avviene e il governo che ha proposto queste misure ed il Parlamento che le ha approvate dovevano ben sapere che, adottandole, si colpivano decine di milioni di cittadini dei ceti meno abbienti! Nello stesso senso la regola recentemente imposta che vuole la presentazione di una nuova istanza per la fissazione dei ricorsi proposti prima del 2009 in appello o in cassazione. La sanzione è la “rottamazione” degli stessi processi!

Si potrebbe continuare per stigmatizzare la demenziale antigiuridicità della linea “Maltusiana” che – mi spiace dirlo – sembra condivisa anche da una persona sensata come Vietti che si esprime a favore della eliminazione di un grado di giudizio.

Tre gradi di giudizio……….“E’ un lusso che non possiamo più permetterci” dice.

Rispondiamo che non è colpendo i diritti che si fa cosa utile alla giustizia. La strada è tutt’altra!

E’ l’aumento del numero dei magistrati incrementando l’apporto dei magistrati onorari e destinando alla Corte d’Appello ed alla Corte di Cassazione 3000 avvocati che abbiano almeno 30 anni di professione, mediante una selezione rapida per titoli ed una sola prova orale. Questo tentativo andrebbe però accompagnato da investimenti seri nel servizio giudiziario per migliorarne la partecipazione degli ausiliari di giustizia e delle cancellerie. Si potrebbero anche recuperare i candidati che all’esame di magistratura abbiano superato 2 prove scritte su 3, anche qui con una prova orale rapida che ne valuti l’attitudine ed il merito.

Comprendiamo fin troppo bene quanti ostacoli possono incontrare proposte del genere soprattutto per una certa (ingiusta) diffidenza verso gli avvocati; che non possiamo in alcun modo giustificare e quindi dobbiamo condannare sia gli atti legislativi che, per motivi misteriosi, il governo Berlusconi ha compiuto per escludere i legali dalle Commissioni Tributarie – dove erano presenti da sempre – sia i vaniloqui congressuali di alti magistrati che si esprimono contro i ricorsi per cassazione sostenendo che il 90% di essi è carta straccia e quindi attribuendo agli avvocati i ritardi nella celebrazione dei giudizi relativi!

In buona sostanza, molte iniziative possono essere intraprese per evitare il degrado del servizio giustizia.

Ma una cosa è certa: continuare sulla strada della soppressione dei diritti e dell’aumento dei costi per accedere ad un qualsiasi tipo di processo e delle penalità contro chi “osa rivolgersi alla giustizia”, è un errore che può costare la morte della giustizia stessa!

 

*Presidente della Consulta dei Pensionati e dei Pensionati Uniti

 
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