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Sentenze criminali

Le sentenze del Giudice amministrativo contrarie alla legge, soprattutto se emesse nel grado finale del giudizio e cioè in sede Sezioni Centrali della Corte dei Conti o di Sezioni giudicanti del Consiglio di Stato sono al riparo dalle impugnazioni e perciò dettano legge, la loro legge contro quella che utilizzano tutti gli altri cittadini.

Si tratta, però, di sentenze che realizzano un crimine. Ancora peggiore di un crimine di sangue perché uccidono la speranza e, soprattutto, la giustizia che è il bene più prezioso di ogni società.

Fatta questa premessa devo dire che egli ultimi tempi le Sezioni Centrali d’Appello della Corte dei Conti hanno disapplicato norme di legge per dare ragione allo Stato o agli Enti previdenziali e torto agli infelici ricorrenti.

Conosco bene la giurisdizione della Corte de Conti perché mio suocero ne era Presidente di Sezione e Segretario Generale al tempo in cui questi registrava gli «atti di governo», cioè tutti gli atti più importanti della amministrazione dello Stato, (questa prerogativa fu poi abolita da Craxi). Serbo memoria di Lui per la sua onestà incorruttibile e per il suo impegno magistratuale e serbo memoria di quella che, fino a pochi anni fa, è stata la giurisdizione della Corte dei Conti in materia pensionistica: una garanzia sicura di applicazione della legge a favore dei pensionati pubblici contro gli abusi e le omissioni dello Stato nei loro confronti.

Ma ora le cose sono brutalmente cambiate. La legge viene troppo spesso disapplicata per fare luogo alla «interpretazione» di essa contro la legge stessa.

Facciamo degli esempi.

Vi sono due leggi che recano un principio giuridico di estrema importanza: la legge 662/1996 art.1, comma 263 e la legge 448/2001 art. 38, comma 10, in base alla quale gli eredi dei pensionati non pagano i debiti dei defunti ( se questi ultimi li hanno assunti senza dolo) verso gli Enti previdenziali che per solito «recuperano» somme tanto importanti quanto non dovute, per benefici erogati molti anni prima sulle pensioni.

Questa legge, regolarmente applicata dalla Corte dei Conti fino a pochi mesi fa, anche dalle Sezioni Centrali, viene ora totalmente disapplicata in base ad una «interpretazione» data dalle Sezioni Riunite della stessa Corte, anche se essa è totalmente contra legem.

Infatti, la Corte dei Conti ha stabilito che i recuperi si fanno lo stesso se gli eredi hanno accettato l’eredità del de cujus e se il recupero si origina dall’annullamento di una sentenza favorevole di primo grado! Cioè, praticamente, sempre…..

Ancora in tema di recuperi : se l’Inps - per suo errore - chiede ai pensionati dopo 15-20 anni delle somme, questa richiesta viene ritenuta giusta e corretta dalla Corte dei Conti, in sede di Sezioni Centrali, in barba alla giurisprudenza della CEDU e della stessa Corte di Cassazione e soprattutto alla legge tuttora in vigore che lo vieta.

Cito degli esempi recenti.

La sentenza n. 248/18 della III Sezione Centrale d’Appello della Corte dei Conti. Collegio composto dai magistrati Canale, Maneggio Colosimo, Smiroldo, Ferrari (consigliere relatore) per una mia assistita il cui iter giudiziario può definirsi allucinante.

L’Inpdap (poi Inps in universum jus) richiedeva , nel 2010, € 15.149, 84 a titolo di recupero ai sensi della legge 335/95 art. 1, tabella F, sulla pensione di reversibilità insorta del 1973, dopo 14 anni per il periodo dal 1996 al 2010 adducendo il fatto che la ricorrente non avrebbe dichiarato i redditi percepiti i sensi della legge 335/95 art. 1,comma 41, tabella F.

Nel gravame la ricorrente faceva presente che la richiesta dell’Ente previdenziale, basata sulla legge 335/95 era illegittima, erronea, perché la sua pensione decorreva dal 1973 ( e non, come previsto dalla legge per richiedere tale adempimento, dal 1995!) ed aveva, comunque, sempre comunicato all’ente la sua posizione reddituale come risultava anche da una lettera dell’Ente previdenziale del 9 settembre 2009 . Pertanto non era riguardata dalla tabella F. della legge 335/95.

Il ricorso veniva accolto, con sentenza 476/2014, che così statuiva a favore della pensionata: «Nel caso di specie, infatti, trattasi di somme riferite ad un lasso temporale veramente considerevole avendo la liquidazione della pensione di reversibilità decorrenza di gran lunga anteriore alla disciplina del cumulo dei redditi ed essendosi la determinazione in eccesso formata in un periodo di quasi 15anni; per cui è ragionevole ipotizzare che cio’ abbia potuto ingenerare il convincimento dell’interessata che trattavasi effettivamente di somme dovute. Né sono stati prospettati o emergono dagli atti elementi per presupporre la malafede della ricorrente per occultamento di notizie sui redditi personali, atteso, tra l’altro, che detti redditi personali erano riferiti a trattamenti pubblici di attività e, in seguito, pensionistici».

L’Inps impugnava la decisione asserendo, in maniera del tutto inveritiera che era stato omesso l’esame della legge 335/95, art. 41, tabella F e ne chiedeva l’annullamento, «dimenticando» volutamente ciò che invece, la sentenza aveva in tutte lettere proclamato.

L’appello, inopinatamente, veniva accolto, con rinvio al primo giudice, dalla Sezione I Giurisdizionale Centrale n. 437/2015/A. (ERA COMINCIATA L’INVERSIONE DI ROTTA!).

Ed, infatti il ricorso che, nel 2014 era stato accolto, questa volta venne respinto dal giudice di primo grado.

Proposto appello, la III Sezione Centrale della Corte, il cui Collegio sopra menzionato era presieduto dal dr. Canale, lo ha respinto, infischiandosene della prescrizione, infischiandosene della legge 335/95 (la ricorrente non doveva dichiarare alcun reddito in base alla tabella F perché la sua pensione di reversibilità decorreva dal 1973. Era l’Inps che in base alla legge 335/95, art. 1, comma 41, ultimo capoverso che disponeva: «Sono fatti salvi i trattamenti previdenziali più favorevoli in godimento alla data di entrata in vigore della presente legge, con riassorbimento sui futuri miglioramenti», doveva tenere in debito conto le norme di legge!

Ma la sentenza fu fatta anche infischiandosene della stessa decisione delle SS.RR. n. 4/2008/QM (ex multis!) in tema di recuperi ai sensi della legge 335/95 art. 1, comma 41, tabella F, aveva stabilito che: «Va applicata con ogni connessa conseguenza la normativa di cui all’art. 9 della legge 7 agosto 1985 n. 428 e dell’art. 5 del D.P.R. 429/86».

L’articolo 9 cui faceva espresso riferimento la suddetta decisione stabilisce che: «La revisione dei pagamenti delle spese fisse di competenza delle Direzione Provinciali del Tesoro (poi Inpdap, poi Inps) disposti mediante procedure automatizzate devono essere espletate entro il termine di un anno dalle relative lavorazioni».

 

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E parliamo di un altro caso che si è sviluppato in 14 anni di ricorsi. Primo grado, appello, riassunzione in primo grado con accoglimento della domanda relativa al riconoscimento della qualifica di colonnello ai sensi della legge 231/90.

Il Ministero della Difesa propone appello e cosa fa, LA III SEZIONE GIURISDIZIONALE CENTRALE DELLA CORTE DEI CONTI, sempre composta dai soliti membri di cui sopra? Accoglie l’appello del Ministero con sentenza 239/2018, «dimenticandosi»:

1 - Sia della previsione della legge 231/90 che recita: art. 3, secondo comma: «i benefici economici risultanti dalla applicazione della presente legge sono corrisposti integralmente alle scadenze e nelle percentuali previste dalla medesima legge, al personale comunque cessato dal servizio con diritto a pensione, nel triennio 1° gennaio 1988-31 dicembre 1990»;

sia dell’art. 5 della stessa legge, «omogeneizzazione stipendiale», che al comma due, ridetermina , con decorrenza 1 gennaio 1990, gli importi annui maggiorati, sino alla qualifica di tenente colonnello e al comma tre prescrive: «A decorrere dal 1° settembre 1990, quale ulteriore omogeneizzazione stipendiale con le forze militari di polizia: a) i tenenti colonnelli e gradi corrispondenti che abbiano prestato servizio militare senza demerito per 15 anni dalla nomina a tenente, è attribuito lo stipendio spettante al colonnello ...».

2 - Sia del fatto che già il Ministero della Difesa, con nota prot. AD1/11/1/37798 del 23 aprile 1994, della Direzione Generale Personale Militare Aeronautica, a firma del dr. Ciorba, aveva disposto la sua nomina a colonnello, mai annullata. Proprio in applicazione della legge 231/90: «In applicazione dell’art. 5, 3° comma, punto A, della legge 08/08/90, n. 231, l’Ufficiale Superiore in oggetto ha diritto allo stipendio del grado superiore per aver maturato 15 anni di servizio senza demerito dalla nomina/promozione a Tenente, avvenuta il 07/01/72...» «La predetta anzianità di servizio dà titolo, a decorrere dal 1/09/90 nel grado di colonnello, classe iniziale, 2° livello retributivo, allo stipendio retributivo relativo.»

Ma per la III Sezione Centrale, la legge non si applica ma si interpreta! Ovviamente contro i pensionati.

L’elenco potrebbe essere lunghissimo, tante sono le sentenze negative che la Corte dei Conti ormai emana in spregio alla legge e contro i pensionati a favore dei poteri forti, cioè gli Enti previdenziali e la Pubblica Amministrazione.

Ricordo un grande presidente della Corte dei Conti, Luigi Granata. Diceva negli ultimi temi , in latino «maccheronico» , che ormai il motto araldico della Corte era diventato: «parcere (magnis) tangentistibus et DEBELLARE PENSIONATOS». Sembrava uno scherzo, ma non lo era . Lui, che era odiato perché combatteva i concorsi truccati per accedere alla Corte per l’influenza del nepotismo e delle raccomandazioni dei sindacati, aveva visto giusto già da allora!

Ormai , come si dice a Roma, «siamo alla frutta». Tutta l’imparzialità della Corte è stata distrutta dalla voglia matta di dare sempre torto ai pensionati e sempre ragione alla mano pubblica ed all’Inps. Il presidente ed il procuratore generale non rispondono neppure agli esposti presentati, con molte prove, da parte degli avvocati (vedi il caso Pina La Cava denunciato da chi scrive e da tanti altri difensori).

Il padre dell’attuale presidente Angelo Buscema fu anch’egli un alto magistrato della Corte dei Conti, Salvatore Buscema, un uomo integro, uno studioso di vaglia.

Che cosa direbbe di questo scempio giuridico, di questo disprezzo del diritto dei più deboli e delle loro ragioni ?

 

 
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