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INCHIESTA SULLE BANCHE - XI

i risparmiatori sì,

le associazioni no!

Il Tribunale di Roma, nel processo contro gli amministratori

ed i dirigenti di Banca «Carige», ha ammesso che i risparmiatori

possano costituirsi parte civile, tagliando fuori tutte le associazioni dei consumatori, da «Codacons» ad «Adusbef» ed altri

 

del prof avv. filippo de jorio

 

Vogliamo sottolineare, innanzitutto, che la nostra è l’unica inchiesta sulle banche che da circa un anno funziona.

Difatti, quella interparlamentare, promessa dal governo giallo-verde da più di un anno, oggetto di una legge dello Stato e di contestuali osservazioni del presidente Mattarella, ancora non decolla. Dalle ultime notizie, né Forza Italia, né il PD hanno nominato i loro rappresentanti della Commissione. Si aggiunga che il senatore Paragone (5Stelle), designato quale presidente, è attualmente oggetto di ripensamenti da parte della Lega, in cerca di nuovi equilibri con gli alleati, dopo il successo elettorale alle europee.

In realtà, poiché tra gli scopi della Commissione c’è chiara e tonda la «individuazione dei responsabili dei disastri bancari», l’intero mondo delle lobby bancarie collegate alla malapolitica, non la vuole! Perciò il nostro «portale» è l’unico al quale i risparmiatori traditi e beffati, possono bussare e ottenere non soltanto belle parole. Ma anche tutela giurisdizionale e rilevanza sulla stampa per cercare di riavere il loro danaro.

 

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Veniamo al processo Carige dove noi assistiamo molti piccoli azionisti che si sono costituiti parte civile contro Berneschi, Scajola e gli altri imputati che hanno determinato con i 18 miliardi di crediti marci concessi a piene mani ad amici politici o a contribuenti economici, il disastro della banca ed ha pressoché azzerato il valore di borsa delle sue azioni.

Il 24 giugno è stata letta in udienza l’ordinanza collegiale con la quale la IV° Sezione Penale del Tribunale di Roma ammette i nostri assistiti e tutti quelli degli avvocati del «Libero Foro», a costituirsi parte civile, ma nega questa possibilità al Codacons, Adusbef, Adoc, Udicon, Siti «perché dai documenti prodotti ed in particolare dagli statuti e dagli atti costitutivi, risulta che le predette associazioni non possiedono i requisiti che le legittimano a costituirsi».

A questo punto, per tutti coloro che non hanno potuto costituirsi, è consigliabile l’adesione alla nostra class action soprattutto tenendo presente che la recente legge sull’argomento rende molto più agevole l’esperimento di questo tipo di ricorso in giustizia.

Per quanto riguarda il merito dei problemi di Banca Carige, che come si ricorderà è stata dal dicembre dello scorso anno, commissariata dalla BCE, la situazione si è, per così dire, «incartata» in maniera drammatica perché i grandi azionisti, o sono usciti dal capitale, come dicono che abbia fatto Migliore, dedicandosi ad altre iniziative, o hanno dichiarato di astenersi da qualsiasi ulteriore esborso come ha fatto Vittorio Malacalza che, nell’operazione, ha già perduto 320 milioni di euro e non intende più cacciare altri soldi ed in questo ha fatto del bene ai piccoli azionisti ai quali una ulteriore richiesta di danaro fresco non avrebbe potuto che essere sgradita dato che le azioni in loro possesso valgono in Borsa poco più di un millesimo di euro; mentre gli altri residui azionisti invocano l’intervento dello Stato come già fu fatto per il Monte dei Paschi di Siena quale unica soluzione razionale ad un problema che, altrimenti, rischia di rimanere sul tavolo, irrisolto ed aperto ad operazioni predatorie dei grandi Fondi americani.

Anche perché pare che servano non più 400 milioni di euro, ma 900 per salvare la banca!

 

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I lettori ricorderanno che in due puntate di questa inchiesta abbiamo lungamente parlato della sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee relativa al caso Tercas, la quale annullò la decisione della Commissione Europea per la Concorrenza presieduta da Margaretha Vestager, perché quest’ultima aveva considerato il Fondo interbancario italiano (che è, indiscutibilmente, un ente di natura privatistica che unisce quasi tutte le banche italiane), come un ente di Stato che dispone di danaro pubblico, con la conseguenza che i suoi interventi per salvare banche in difficoltà sono considerati aiuti di Stato e perciò, proibiti dalle leggi europee. Testualmente la sentenza (Case T98/2016 pubblicata il 4 marzo 2019) disse: «Scorretta la decisione della Commissione Europea di classificare gli interventi del Fondo interbancario di tutela dei depositi come aiuti di Stato e quindi, in violazione dei princìpi stabiliti da questa stessa Corte con i precedenti giudizi del 15 luglio 2004 Pearle and others C. 345/02 e del 30 maggio 2013 Doux Elevage C. 677/11».

Questa giusta ed opportuna decisione della Corte di Giustizia Europea è arrivata, purtroppo, alcuni anni dopo l’ukase della Vestager, in quanto nel frattempo, molte banche italiane, come quelle Venete, sono andate in «risoluzione», cioè sono fallite con conseguenze enormi per tutti i titoli delle banche italiane, anche le migliori, che hanno visto drammatici tracolli sui mercati azionari. 

Il danno che l’intero sistema bancario italiano ne ha ricevuto, soprattutto il pregiudizio economico subìto dai risparmiatori azionisti, è stato valutato dal Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Patuelli, in circa 70 miliardi di euro.

Ora, gli artt. 266, 268 e 340 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea prevedono che quest’ultima è responsabile per tutti i danni derivanti da decisioni annullate dalla Corte di Giustizia, ma sinora il governo italiano non si è mosso per rivendicare il diritto a questa enorme somma che consentirebbe un risarcimento adeguato per le perdite subite dai risparmiatori. Eppure la norma è chiara: «L’Unione deve risarcire, conformemente ai princìpi generali uniti ai diritti degli Stati membri, i danni cagionati dalle sue istituzioni e dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni».

 

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Peraltro, il ricorso in appello presentato l’ultimo giorno utile dalla Commissione Europea contro la sentenza del Tribunale di prima istanza della Corte di Giustizia, è chiaramente, inammissibile ed infondato e ripete, pari pari, le motivazioni della decisione a suo tempo assunta dalla Vestager contro l’Italia basate sulla convinzione che il Fondo interbancario non sarebbe una associazione privata, tra soggetti privati come le banche, ma essendo soggetta a «pressioni» da parte dello Stato italiano ed essendo controllata dalla Banca d’Italia (come tutte le banche italiane che non per questo cessano di essere soggetti privati) sarebbe equiparabile ad un ente di Stato che eroga aiuti di Stato. Chiaramente, questo ricorso non merita alcun credito e noi siamo certi che in prospettiva non potrà essere accolto dalla Corte di Giustizia. Per cui anche i risparmiatori, oltre che le banche danneggiate e il Governo, potrebbero agire sin da ora per il risarcimento dei danni, dato che, si ripete, la sentenza è esecutiva.

L’Italia non ha avuto nulla dalla tornata di incarichi europei svoltasi pochi giorni fa. Essi sono stati attribuiti in maniera più dannosa (per noi) che in passato. Difatti, la Ursula Von Der Lejen, nuova presidente dell’Unione Europea è una rigida liberista e la Lagarde (che ha preso il posto di Draghi) ha già fatto molti danni (ricordiamoci della Grecia!).

L’unica nomina che è toccata a noi è quella del presidente del Parlamento europeo, carica di importanza meramente onorifica che era stata ricoperta, nel recente passato, da Tajani e che ora è stata attribuita a Davide Sassoli un giornalista del PD, per cui molti ritengono che questa nomina sia stata fatta a dispetto della maggioranza parlamentare giallo-verde che governa in questo momento l’Italia.

 

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In questo contesto di incrementate difficoltà sarebbe stato molto utile il contributo intellettuale e politico di Paolo Savona, il quale, invece, è stato per così dire «ristretto» ad un incarico importantissimo, sì, come quello della CONSOB, ma privo di quella rilevanza internazionale che gli avrebbe consentito di aiutare veramente il Paese. Rilevanza che, invece, è stata attribuita, al debolissimo Tria che sembra sempre giungere «col cappello in mano» e chiedere una qualche elemosina all’Europa ed ai nostri partner.

Savona ha, invece, dimostrato tutto il suo valore nella relazione annuale della CONSOB. che ha svolto recentemente a Milano, nella quale si è occupato più dei grandi temi economici e finanziari e del debito pubblico, piuttosto che di questioni tecniche. E questo lo comprendiamo benissimo dato che non può certo assumersi le responsabilità di quello che ha fatto la CONSOB in passato, perché essa non ha davvero brillato per controlli tempestivi ed efficienti.

 

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Un rinnovato motivo di allarme viene dalla indomita attività della vigilanza bancaria europea che, non paga dei disastri già posti in essere nel passato sotto la guida di Danielle Nouy, allorché costrinse le banche italiane a disfarsi frettolosamente, svendendoli, di crediti che potevano essere recuperati nel medio periodo e sono stati invece attribuiti a quattro soldi a fondi ed altre entità, che hanno fatto l’affare del secolo, pagando intorno al 25 per cento, crediti spesso garantiti da ipoteche sui beni, (ragione principale questa delle difficoltà e del successivo commissariamento della Carige) sta iniziando una nuova «impresa» per costringere gli istituti bancari italiani a disfarsi di quei crediti che non sono propriamente inesigibili o difficilmente esigibili, in gergo bancario «deteriorati», ma devono considerarsi «semi-deteriorati». Si tratta dei cosiddetti UTP, cioè delle inadempienze giudicate probabili, Unlikely To Pay, crediti che pur assistiti da garanzie non sarebbe possibile recuperare senza ricorrere a queste.

In Italia sono 79 miliardi di euro.

Tutte le banche sono coinvolte: dalla Unicredit, 16 miliardi, alla Intesa San Paolo 14 circa, al Banco popolare di Milano circa 8 miliardi e poi al Monte dei Paschi di Siena, poco più di 8 miliardi, per arrivare alle banche che ne hanno meno, cioè l’Ubi Banca, la Bnl, il Crédit Agricole Italia. La Carige ne ha per 2 miliardi e mezzo. La Banca Popolare dell’Emilia-Romagna 2,6.

Pretendere che, oltre i crediti propriamente deteriorati perché considerati inesigibili, le banche italiane si disfacciano anche di questi, che potrebbero benissimo essere recuperati con un minimo di impegno e di attenzione, anche perché sorretti da adeguate garanzie, pare veramente il massimo.

Costringere le banche nostrane a svenderli a beneficio dei soliti fondi americani in attesa di buoni affari è veramente una cosa sulla quale non soltanto le singole banche destinatarie di queste pressioni. ma le autorità finanziarie e lo stesso governo dovrebbero impegnarsi molto di più, facendo valere sul piano internazionale le nostre che più che fondate preoccupazioni di fronte a questa nuova ed inattesa iniziativa. Anche perché le banche italiane non erano preparate a questa evenienza né potevano prevedere questa pressione da parte della Vigilanza. Difatti, su circa 80 miliardi di crediti semi deteriorati si erano disfatti soltanto di quattro e, per eccesso di prudenza la Unicredit ne stava cedendo due.

Insomma se questa operazione si deve fare - cosa che non è davvero indifferibile -, dovrà essere fatta con tutta calma e senza costrizioni di sorta. Queste ultime hanno già pesato maniera spesso determinante sul bilancio degli istituti negli anni passati.

 

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Ma la Vigilanza bancaria europea è tarda e pigra nel riconoscere i suoi errori. Tant’è che il nuovo responsabile di essa, Enria, succeduto da poco alla filotedesca, benché francese di nascita, Nouy, è tornato sull’argomento dei crediti dubbi come se questo fosse l’unico problema che la interessa… Sul punto, invece, giustamente, Panetta a nome della Banca d’Italia alla cui guida è stato chiamato da poco, ha fatto notare che ci sono molti altri problemi e correlativi rischi nel sistema bancario europeo, sui quali occorrerebbe indagare, prima ancora che su quello dei crediti dubbi. Ha citato i «derivati» alludendo a quelli «tossici» di cui le banche tedesche sono ricchissime perché ne hanno in pancia migliaia di miliardi (e poco meno le banche francesi) e il riciclaggio, rilevando che anche questo è un problema spesso sottovalutato. Il direttore generale della Banca d’Italia ha anche rilevato che non esiste soltanto il rischio dei crediti dubbi, molto minore di quello dei derivati che non valgono più nulla. Non a caso - egli ha soggiunto – in passato sono fallite molte banche per il problema dei derivati e del riciclaggio.. ed è piuttosto evidente che nel dire quello che ha detto non aveva in testa le banche italiane, ma quelle tedesche…

(Continua-11)

 

 
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