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INCHIESTA SULLE BANCHE - VI

Salviamo i risparmiatori prima delle banche!

del prof avv. filippo de jorio

 

Il processo che si è iniziato contro gli ex amministratori della Banca Cassa di Risparmio di Genova riguarda soltanto Giovanni Berneschi ed i suoi complici, già comunque condannati dalla Magistratura genovese che ha accertato la loro pericolosità criminale, ma, in realtà, anche gli amministratori - che sono venuti dopo di lui per i fatti e le responsabilità che su ognuno di essi, eventualmente, incombono - dovranno essere incolpati e la inchiesta nei loro confronti si svolge attualmente davanti alla Procura di Genova (P.M. Pinto e Maresca).

Sta in fatto che i crediti «marci» ed inesigibili concessi fino al 2013, data dell’estromissione del Berneschi, sono sicuramente all’origine del disastro della Cassa, così pure l’esercizio arbitrario del massimo potere da parte del presidente senza alcun valido controllo da parte del consiglio d’amministrazione e/o del collegio sindacale e con continui intralci alla vigilanza sia della Banca d’Italia sia della Consob, ma dopo l’uscita del Berneschi i suoi successori non hanno fatto molto meglio di lui. Ne è prova la recentissima lettera che la Banca Centrale Europea ha inviato alla Cassa di Risparmio di Genova, contestualmente alla nomina dei Commissari, in data 1° gennaio 2019. C’è un elenco di sette punti che fissa i compiti dei commissari e tra questi spicca il seguente: «valutare l’azione di responsabilità contro gli ex vertici della banca».

I Magistrati italiani ed in particolare, quelli genovesi, ben conoscono la vicenda dei «crediti facili» che hanno provocato la richiesta di rinvio a giudizio per vari componenti della famiglia Orsero, esattamente Anna Chiara, Antonio Gianni, Luciano, Raffaella nonché Mariagrazia Casalini vedova del capostipite della famiglia per reati molto gravi e cioè dichiarazione fraudolenta, intestazione fittizia, fatti di riciclaggio. Gli Orsero erano tra i maggiori debitori della Banca Carige per circa 90 milioni, ma oggi sono in grado di restituire i 90 milioni di Euro presi in prestito? Per il momento nonostante le precise assicurazioni degli aventi causa, cioè di coloro che hanno rilevato i loro assets, i soldi ancora non sono stati restituiti.

Vero è, comunque, che l’emorragia di danaro che ha provocato tanti danni ai risparmiatori che avevano investito in Carige si è riversata nelle casse di tanti nomi noti dell’imprenditoria ligure che non sono stati in grado di restituirli e che non hanno offerto sufficienti garanzie di restituzione.

La situazione di oggi è emblematica del disastro. A fronte delle tranquillizzanti assicurazioni elargite per anni al «parco buoi» costituito dagli azionisti (e segnatamente dei piccoli azionisti) c’è una realtà spaventosa: ogni azione Carige vale ormai 1/1000 di euro per cui tutte le somme piccole o grandi, investite nella banca, si sono volatilizzate! Dal 2013, gli ispettori di Banca d’Italia, in circa 700 pagine di indagini compiute, scrutinando, nome per nome, tutti i percettori di mutui, di aperture di credito, di facilitazioni di ogni genere, hanno concluso che buona parte di queste somme, sparse ai quattro venti, non si potranno mai più recuperare da parte della Carige.

Essi hanno stigmatizzato il fatto che il presidente del collegio sindacale della banca Carige, in quegli anni, ricoprisse lo stesso ruolo in società che guidavano il progetto Erzelli, (250 milioni di crediti) partecipate dalla Banca. Stranamente Raffaella Orsero sedeva nel consiglio d’amministrazione della Cassa di Risparmio di Savona controllata dalla Cassa di Risparmio di Genova.

Dette operazioni di dubbia attendibilità e di sicure perdite sono state tante! Ma tra esse spiccano quelle legate al progetto Marina Aeroporto, per non parlare della società Villa Gavotti, quest’ultima finanziata dalla Cassa per ben 91 milioni e successivamente dichiarata fallita nel 2004. Da notare, poi, i 74,6 milioni di euro erogati al gruppo Cavallini; i 20 milioni concessi alla Soglia Hotel Group, fallita nel 2012; nonché quelli attribuiti alla società del patron del Genova, Enrico Preziosi, che, comunque, ha dichiarato di aver restituito tutto. Sicuramente tra queste operazioni ce ne sono alcune legate ad Alessandro Scajola, che ricopriva la carica di vicepresidente della Carige, come quelle dei mutui - dice la stampa ligure - erogati alla Pietro Isnardi Alimentari S.p.A., il cui titolare era il consuocero di Scajola. Quest’ultima era anche presente nella Porto di Imperia S.p.A.

Sempre a titolo esemplificativo occorre ricordare i 25 milioni che, nel 2009, furono concessi alla neonata società Punta dell’Olmo, ove tra i soci, c’era anche la Curia di Savona ed il gruppo che fa capo ad Aldo Spinelli, a sua volta eminente socio della Carige; i 35 milioni dati all’Acqua Marina e i 662 milioni alle società di Andrea Nocera. Per non parlare delle operazioni di favore fatte a congiunti di Berneschi!

Tutto ciò risulta dalla precisa relazione degli ispettori della Banca d’Italia alla quale si fa riferimento nella consapevolezza che essa è ben nota ai Pubblici ministeri.

La Banca Centrale Europea ha anche stigmatizzato la elevata conflittualità del Consiglio d’Amministrazione che ha comportato la mancata attuazione di alcune delle misure pianificate ed insieme «significativi ritardi nel darvi corso».

Una delle voci su cui i rappresentanti degli azionisti sono stati unanimi è il peso intollerabile delle consulenze affidate nel corso del tempo.

Il presidente, Giuseppe Tesauro, che si dimise tempo fa dalla sua alta carica, che ricopriva con il prestigio che gli derivava dal fatto di essere stato presidente della Corte Costituzionale e rinomato giurista, sottolineò nella sua lettera di dimissioni che «qui sono stati spesi milioni di euro in consulenze senza che si approdasse ad alcun esito». Uno degli episodi più esemplificativi di questa dilapidazione è costituito dalla vendita di un portafoglio di UTP, cioè di crediti con elevate probabilità di recupero fatto a Bain & Co. per 450 milioni di Euro nell’ottobre del 2018 con una clausola di alta negatività che prevede che gli interessi incassati dalla banca su questi prestiti dal momento dell’avvio delle trattative, fino alla firma del contratto, vengano girati all’acquirente mentre le spese legali per l’operazione restino a carico del venditore. Nel caso del pacchetto ceduto a Bain & Co., su 450 milioni di crediti con elevate probabilità di recupero la banca ha versato 22 milioni di interessi all’acquirente e si è fatta carico di 8 milioni di spese legali; in totale 30 milioni di euro e maggiori costi tutti a carico della Cassa!

Non si può certo dare torto a Tesauro anche perché gli episodi del genere sono stati tanti!

Altro esempio di poco accorta amministrazione, anzi di quasi certa dilapidazione: nell’agosto scorso venne approvata la semestrale con una perdita di circa 20 milioni. A causare la perdita furono alcune partite «straordinarie», come spiegava il comunicato ufficiale della banca, ma non diceva che si trattava in realtà della retrocessione al Credito Fondiario di 20,8 milioni di Euro per una correzione al ribasso del prezzo di cessione a fine 2017 di 1.200.000.000 di crediti deteriorati.

Ma, a parte le spese folli per consulenze o altro, di cui parla anche la lettera ricevuta da un funzionario della Cassa di Risparmio di Genova, allegata alla denuncia querela da noi presentata nel settembre scorso, la verità sulla origine della sofferenza della banca che ha condotto all’azzeramento del valore delle azioni e quindi alla perdita totale dell’investimento effettuato da parte degli azionisti e degli ex obbligazionisti trasformati in azionisti dall’ amministratore delegato Fiorentino, va ricercata, come detto, nei risultati della ispezione compiuta nel 2013 dagli ispettori della Banca d’Italia che finalmente riuscirono a vedere in profondità nelle aperture di credito, mutui, facilitazioni bancarie, etc. concesse ai clienti. Tra 21 miliardi di crediti concessi nell’èra Berneschi, la maggior parte era frutto di decisioni avventate e poco credibili a favore di amici, sia politici che privati, oppure frutto di favori assistiti da ricompense, o anche a favore di imprenditori di cui si sapeva bene la scarsa solvibilità.

Secondo Mediobanca la percentuale di sofferenza è stata del 152 per cento. Sostanzialmente, ogni volta che il CdA si occupava dell’argomento uscivano fuori altri crediti «marci» e inesigibili.

Quanto alla responsabilità degli amministratori e dei dirigenti che si sono succeduti alla guida della Banca, dopo l’èra Berneschi, cioè dopo il 2013,c’è da dire che essi si sono trovati di fronte ad una situazione nella quale non potevano non sapere della inchiesta della Banca d’Italia del 2013 e dei suoi risultati!

Era quella la buona occasione per dire la verità agli azionisti, ma hanno continuato a dare notizie tranquillizzanti, cioè a dire menzogne per tacitare gli azionisti, ed indurli psicologicamente, a sottoscrivere continui aumenti di capitale, cioè a versare altro denaro con i risultati che oggi possiamo vedere nella loro interezza, cioè alla perdita di tutto. 3,55 miliardi di aumenti di capitale da parte dei soci buttati al vento …

False dichiarazioni societarie, ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio, falso in bilancio, sono i reati commessi da Berneschi e dai suoi complici, ma anche tra i suoi successori, da quelli che ne hanno condiviso le responsabilità, tacendo sulla reale situazione della Banca.

Accanto alla dilapidazione del denaro fornito dagli azionisti, c’è anche un’altra posta di bilancio che occorre sottoporre al vigile controllo della Magistratura, cioè i cospicui fondi forniti dalla Banca Centrale Europea nel quadro del programma di Quantitative easing e C.L.T.R.O. del suo governatore Mario Draghi, fondi europei erogati gratuitamente e di cui la Carige ha usufruito.

Come sono stati utilizzati dal 2011 in poi, cioè sempre nell’«èra Berneschi» e negli anni immediatamente successivi, questi danari?!?

Attendiamo risposte!

 

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Per chiudere sul Caso Carige siamo costretti a domandarci: cosa fece Bankitalia dopo che i suoi ispettori ebbero, finalmente, sotto gli occhi di tutti, la situazione dei crediti «facili» concessi da Berneschi e perciò fu chiara la visione del futuro della Banca? E dove erano Consob e Bankitalia prima del 2013?

E perché soltanto ora, nel 2019, ordina alla Carige di trasmettere ogni quattro mesi un prospetto sui «grandi debitori» e sul loro comportamento?

Non basta soltanto pensarlo, occorre dirlo decisamente. Perché e a che serve chiudere i cancelli quando i buoi sono scappati? È indubbio che la politica di austerity della Banca centrale europea con le imposizioni di comportamenti contrari alle leggi dell’economia nei confronti delle banche italiane, attuata negli ultimi anni, ha modificato profondamente le condizioni di operatività di esse. Ora il nuovo diktat della Banca centrale europea alle banche italiane e cioè che esse hanno soltanto sette anni per svalutare completamente i crediti di non facile esazione, mette in difficoltà quasi tutti gli istituti perché, a parte Banca Intesa, Unicredit e sia pure a distanza Banca Popolare di Milano, che possono guardare alla situazione con una relativo ottimismo, essendosi sbarazzati o in via di farlo, come il Banco Popolare della zavorra dei crediti «dubbi», molte altre banche si trovano in grave difficoltà nell’accondiscendere all’ordine della BCE.

Dal Monte Paschi al Credito Valtellinese, alla BPER Banca, alla Popolare di Sondrio, alla UBI Banca, per tacere delle più piccole, tutte sarebbero interessate a gestire l’esazione dei crediti in maniera profondamente diversa e cioè differenziata, adeguata al profilo del cliente ed in sostanza molto più consona alle consuetudini bancarie italiane che hanno prodotto, alla lunga, ma quasi sempre, al rientro dei crediti.

Purtroppo il nostro governo e soprattutto le autorità monetarie non sono riuscite a convincere la Banca centrale europea ad una piattaforma di maggiore ragionevolezza.

Tutti ne subiamo le conseguenze.

D’altra parte il pur modesto rimborso previsto a favore dei risparmiatori dall’ultima legge di bilancio, nonostante non sia quantitativamente molto significativo (dal 15 al 30 per cento), viene avversato dalle autorità europee perché ai loro occhi non nasconde un intervento dello Stato che, come noto, per l’Italia è ammesso soltanto in circostanze straordinarie. È doveroso sottolineare: per l’Italia, perché per altri Paesi la storia è diversa. Siamo troppo abituati allo «strabismo» della Vigilanza Bancaria Europea che valuta in maniera difforme i comportamenti dei vari Paesi membri dell’Unione, ovviamente sempre a favore del blocco franco-tedesco e dei suoi sostenitori, ma questa volta la cosa è veramente scandalosa: la Vigilanza Bancaria Europea non si è accorta che sotto i suoi occhi si consumava un evento davvero emblematico di questa situazione di privilegio della Germania nei confronti del nostro Paese perché la Banca Nord Lb è stata salvata per l’importo di 4 miliardi dai due Länder azionisti e cioè la Sassonia e la Sassonia Anhalt e dalla Sparkassen, altro organismo pubblico. La soluzione «pubblica» è stata adottata dopo avere rifiutato e respinto una soluzione di «mercato». La Vigilanza Europea ha avallato tutto., ma la domanda si impone : che avrebbe fatto se noi avessimo agito così, se cioè avessimo impedito una soluzione privata, di mercato, per privilegiare interventi ed interessi pubblici?

Riteniamo perciò di dover insistere in quello che più volte abbiamo su questo giornale sostenuto e cioè che tutti i risparmiatori, titolari di un diritto alla restituzione di quanto perduto per effetto delle truffe bancarie devono sentirsi responsabili di fronte a se stessi e quindi iniziare azioni giudiziarie mirate per recuperare quanto hanno perduto ed in più gli interessi e il danno morale.

 

 
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