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L’EUROPA non ci ama

Il difficile, ma essenziale, compito di Paolo Savona Ministro degli Affari Europei

Certo non si può dire che l’Italia abbia molti amici in Europa. Gli ultimi eventi sono su questo punto abbastanza significativi. Nella nota del 24 luglio 2018 in cui il governo tedesco risponde ad una interpellanza parlamentare è detto molto chiaramente che in Germania c’è allarme su alcune proposte che vengono discusse in questi momenti in Italia che desterebbero timori anche negli altri Paesi dell’area Euro. Si tratta - occorre precisare - dei piani degli economisti italiani per l’introduzione dei cosiddetti mini BOT, cioè titoli a breve o a brevissimo termine del Tesoro in grado di monetizzare i debiti statuali e di potere essere adottati come mezzo di pagamento che sostituisca quelli in euro, pur restando estranei alla formazione ed al calcolo della massa monetaria controllata dalla BCE. Insomma per non essere calcolati ai fini dello sfondamento delle tagliole dei limiti del deficit di bilancio, che paralizzano ogni manovra di investimento.

Anche questo espediente assolutamente legittimo e lecito dà fastidio a Berlino.

Ancora più preoccupante è l’accordo di Meesemberg stipulato il 19 giugno tra la Cancelliera tedesca Merkel e il neo-presidente francese Macron. In questo accordo si stabilisce una sorta di azione collettiva da parte di tutti gli Stati europei o anche di una parte di essi per adottare una posizione uniforme nei confronti dei Paesi debitori ed è chiaro che qui si tratta dell’Italia, l’unico Paese da sempre nel mirino dei dirigenti tedeschi.

Come se non bastasse, ci sono state le ultime dichiarazioni di Moscovici, secondo il quale l’Italia rappresenta un problema nella UE e di Oettinger che, come al solito ci ha bacchettato.

Ma sintomo più grave di tutti è la reazione del governo Merkel alla richiesta di esentare dai limiti previsti dal patto di stabilità la spesa pubblica per il restauro ed il miglioramento delle infrastrutture, che invece oggi sarebbe essenziale per salvare quello che resta ai cittadini italiani di un grande patrimonio pubblico costituito da tutti i beni comuni, che oggi si ama chiamare genericamente infrastrutture, che stanno cadendo a pezzi, dopo anni, anzi decenni di criminale incuria (basterebbe citare il crollo del ponte Morandi a Genova), in gran parte provocata dai ricatti di Bruxelles sull’austerity e sui limiti di bilancio, senza parlare della più lontana follia delle privatizzazioni che regalò ad alcuni - e ovviamente a quelli che li aiutavano - per quattro soldi, cose che appartenevano a tutti noi !

Tuttavia, effettuare quegli interventi incrementativi e migliorativi, che sono essenziali per salvaguardare il sistema economico Italia e la nostra stessa vita, non è cosa sulla quale si possa trattare con Bruxelles. È irrinunciabile.

Da quanto appena detto è chiaro che, come al solito, ci troviamo di fronte a una posizione sospettosa e negativa nei confronti del nostro Paese.

C’è sfiducia, palesemente.

Forse questa è l’eredità della crisi globale dalla quale tutti sono usciti bene o male tranne noi, ma in ogni caso bisogna prenderne atto: in sostanza tutto ciò che viene ipotizzato al momento per uscire fuori dalla crisi viene contrastato dal governo tedesco dai suoi alleati nordici e dal presidente francese.

In questo c’è un accordo sostanziale tra la Merkel e Macron, le cui posizioni nei confronti dell’Italia sono più che note e palesemente contrarie ai nostri interessi.

Basterebbe riflettere sulla sua intenzione di estrometterci definitivamente dalla Libia ed occupare le posizioni che erano nostre per lunga tradizione e per accordi internazionali. Questo tentativo purtroppo sta riuscendo alla grande. Il cavallo su cui ha puntato l’Italia è «storpio».

Al Sarraj, infatti, non ha una base politica propria. L’investitura dell’ONU lo ha calato nella realtà della Tripolitania su una base di estremisti islamici e la sua autorità è soltanto nominale. Invece il cavallo su cui ha puntato la Francia, il generale Haftar, su cui abbiamo cominciato a scrivere su questo giornale fin dal 2012 consigliando ai nostri dirigenti di prendere adeguati contatti con lui, cosa che non è mai stata fatta, pur dopo che Renzi aveva pomposamente rivendicato addirittura la guida della coalizione internazionale per risolvere la crisi libica, dimenticandosi il giorno dopo di questo impegno, è in piena forma e si sta impadronendo anche della Tripolitania.

È in questo clima disastroso per la nostra presenza in Europa e nel Mediterraneo, (frutto di tanti errori che sono stati commessi, dal tradimento operato da Berlusconi contro l’unico nostro alleato nel Mediterraneo, Gheddafi, ai conati irresponsabili dei governi di centro-sinistra, agli ultimi viaggi di Di Maio, Salvini, Moavero sempre diretti a convincere persone senza alcuna autorità politica e perciò vistosamente inutili. Per quanto riguarda il Ministro degli Esteri, ci pare del tutto tardivo il suo incontro con Haftar) è in questa situazione che occorre valutare ed approfondire l’utilità della nomina di Paolo Savona nella compagine governativa.

Tutti sappiamo quanto sia stata forte l’opposizione a questa inclusione. Essa ha radici antiche, ma tutte erronee e frutto di pregiudizi ideologici indotti dalle incessanti pressioni che vengono esercitate da anni dai dirigenti europei nei confronti del nostro Paese, perché il neo ministro degli affari europei si è sempre opposto a questa sudditanza.

Ciò fin dal cambio sciagurato tra lira ed euro che ci fu imposto da Berlino, da sempre egemone sull’intero continente e purtroppo fu subito dalla leadership economica del momento (Ciampi, Draghi, Prodi ed altri meno conosciuti, ma non meno responsabili).

In questo quadro si spiega anche l’ostilità di Draghi nei confronti del Savona, perché non dobbiamo mai dimenticare il ruolo preponderante avuto da Draghi, artefice e beneficiario, insieme a Padoa-Schioppa e a Bini Smaghi di quella politica. Essa spiega, altresì, anche le più recenti critiche di Padoa-Schioppa alla posizione di Savona.

È innegabile che l’austerità e l’impossibilità di investimenti pubblici che ci viene imposta da tanti anni da parte di Bruxelles non permette all’Italia, in una situazione di grave crisi che ormai si prolunga dal 2007, di uscire dalle sue perduranti difficoltà.

Ecco perché la presenza di Paolo Savona è preziosa per il governo, per il Paese, perché egli non si è mai inchinato alla politica dominante ed ha sempre considerato criticamente le linee guida di Bruxelles.

Come appena detto, Lorenzo Bini Smaghi è uscito allo scoperto, su La Repubblica e ha contestato vivamente il contenuto della lettera di Savona nella quale egli delineava una proposta di riforma della Banca centrale europea.

Quanto all’attacco di Draghi che accusa Savona di confondere «MT» e «QE», occorre dire che Savona ha avversato il governatore della Banca Centrale Europea in maniera molto netta sostenendo che quanto l’Italia ha sofferto dal 2011 in poi, allorché Draghi era già presidente di quell’organismo, è dovuto essenzialmente ad una cattiva organizzazione della Banca Centrale. Ed è chiaro che Draghi si è visto punto sul vivo da questa posizione, perché in realtà, secondo noi, al posto della parola «organizzazione» è più giusto leggere «conduzione» - e perciò ha reagito con veemenza, tanto che la stampa italiana, sempre «immaginifica» per poter continuare a vendere giornali ogni giorno meno letti, ha parlato dello «schiaffo» di Draghi a Savona.

Occorre ricordare che nell’esecutivo della Banca Centrale Europea il primo è stato Tommaso Padoa-Schioppa, l’ultimo il presidente in carica Mario Draghi.

Perciò tutte queste aspre ed addirittura offensive critiche - perché è chiaro che Savona è stato trattato, del tutto ingiustamente, da principiante disinformato - trovano la loro radice nella irritazione provocata dalle contestazioni che Savona ha rettamente fatto sul punto della genesi della situazione di difficoltà dell’economia italiana che deve essere ricercato nella accettazione di quel cambio di follia tra lira ed euro di cui i maggiori responsabili - lo ripetiamo - sono stati proprio Ciampi, Prodi, Draghi ed i loro caudatari.

Tutto questo è in gran parte soltanto polemica personalistica, che mira a mettere un «bavaglio» a Savona operazione che finora, purtroppo, è riuscita perché lo si sente e lo si vede davvero poco, ma se cerchiamo di vedere le cose in maniera più profonda ed analitica, dobbiamo pur riconoscere che in realtà Savona non ha mai detto che necessariamente dobbiamo uscire dall’euro, ma - come, del resto, noi diciamo da anni convinti come siamo che l’euro ci ha impoverito ed ha distrutto la nostra autonomia economica - che è necessario essere pronti per nuovi ed oggi non immaginabili scenari. Incluso quello di una crisi europea che ci spinga fuori dall’euro insomma, il famoso «cigno nero», cioè un’ipotesi chiaramente catastrofica che però al momento non è né individuabile, né decrittabile dai pur funesti eventi con i quali il Paese si è trovato a convivere negli ultimi tempi, ma è sempre incombente.

Nei fatti, è vero che già nel 2015, a Cernobbio, Savona ebbe a chiarire - e allora nessuno poteva prevedere che egli diventasse Ministro degli affari europei - le idee sulle quali oggi si favoleggia a proposito del «suo piano B», ma non necessariamente per l’uscita dall’euro, ma per rivendicare alcuni essenziali principi della scienza e della pratica economica che allora, ed anche ora, rischiano di essere dimenticati.

 

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Da allora e, del resto, lo fece anche al convegno della Link University Campus, a Roma egli parlò di una linea alternativa di politica economica, unica possibilità di restaurare una economia sovrana italiana, nel senso di non condizionata, ipotecata o addirittura diretta da parte di Bruxelles (leggere sempre: Berlino). Egli contestò apertamente il modello economico che si stava seguendo in Italia con i suoi corollari di cambio sfavorevole e sballato e di austerità imposta e non sopportabile ed auspicò il ritorno alla sovranità economica e monetaria.

In quelle due occasioni egli parlò anche della necessità di nazionalizzare Bankitalia in modo che essa fosse espressione diretta delle autorità economiche nazionali e non della BCE.

Soprattutto si pronunciò per una misura - che ci trova e ci trovò anche negli anni passati, assolutamente consenzienti -il ritorno all’Istituto di Ricostruzione Industriale, l’IRI - strutturato e finalizzato, così com’era una volta, per ausiliare le industrie italiane in difficoltà.

Il cambio, aggiunse, deve essere libero e ciò anche nell’interesse degli altri partners europei. Quanto al prezzo dei beni suggerì di ritornare ad indicarli sia in lire, sia in euro.

Egli, però, ha voluto chiarire definitivamente le sue intenzioni e nella nota del 7 settembre dedicata a «Una politica per una Europa diversa, più forte e più equa», ha detto che il governo italiano darà vita a un gruppo di lavoro composto da rappresentanti degli Stati, del Parlamento e della Commissione UE, per suggerire i cambiamenti che si impongono nell’architettura istituzionale europea. Insomma, un programma di avanzate riforme da sottoporre al Consiglio Europeo prima delle prossime elezioni.

Oggi molta parte del furore verbale di esponenti del nuovo governo, circa gli errori di Bruxelles ed il comportamento verso l’Italia di amici-nemici come Merkel e Macron, si è persa per strada di fronte alla oggettiva difficoltà del cambio di politica a 180°, dalla sudditanza più assoluta a posizioni di dignità nazionale.

Perciò negli scorsi giorni i mercati azionari hanno festeggiato con vistosi rialzi. Lo spread è sceso e tutti sembrano contenti. Quanto durerà?

 

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Ma il problema dell’uscita dell’Italia dalla lunghissima crisi che si protrae ormai da 10 anni rimane irrisolto. Vogliamo sperare che almeno dopo un’intera estate passata a piangere (e giustamente) sui morti di Genova, sul crollo del ponte Morandi, sui deficit sempre più vistosi del sistema delle infrastrutture italiane, si affronti davvero questo essenziale problema: tutto il patrimonio immobiliare pubblico e più in particolare tutti gli assets infrastrutturali rischiano di dissolversi per difetto di investimenti, logorati dagli anni e dalle mancanze vistose di adeguate cure.

Se l’Europa consentisse almeno a non considerare come spesa - ai fini del calcolo del rapporto tra il prodotto interno lordo ed il deficit di bilancio - gli investimenti per le infrastrutture che dovranno essere, data la situazione, assai notevoli, sarebbe già questo un brillante risultato per il nuovo governo.

In parole povere, queste non sono spese da considerare, ma investimenti pubblici indispensabili per salvaguardare l’efficienza delle reti infrastrutturali .Non vanno considerati ai fini del rapporto tra prodotto interno lordo e deficit di bilancio.

Su questa linea si devono muovere i nostri governanti, ed anche qui l’esperienza e la preparazione di Savona saranno molto utili per i passi da intraprendere in Europa.

Quanto alle altre proposte e riserve italiane, pare che al momento l’orientamento governativo sia di attendere il nuovo parlamento europeo che dovrà risultare dal voto della primavera del 2019.

Siamo molto vicini a questa data che potrebbe essere essenziale per arrivare ad un più giusto equilibrio tra austerità preconcetta e figlia di vecchi fantasmi di Weimar, ancor oggi presenti nella classe dirigente tedesca, purtroppo condivisa ed enfatizzata da Bruxelles, e bisogni reali dei partners europei che di austerità e di rinunce possono anche morire!

*Presidente On. Pensionati Uniti e Consulta dei Pensionati

 

Nota - L’intervista resa da Al Sarraj al Corriere della Sera, pubblicata il 12 settembre scorso, ha un carattere apertamente confessorio perché riconosce che i suoi nemici lo stanno braccando e che egli non può fare nulla per difendersi, senza l’aiuto internazionale.

Al Sarraj si rivolge all’Italia, all’ONU, a tutti e chiarisce che la sua intenzione è di restare al potere, ma che è probabile che non vi rimarrà. È un documento davvero rivelatore questa intervista, del grave errore commesso dal governo italiano, per anni, di appoggiare a spada tratta un dirigente politico senza futuro!

 
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