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DOPO LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO NELLA PATRIA DI MORO

Di  MICHELE CRISTALLO

Il libro di Filippo de Jorio "Identikit di un omicidio" è straordinariamente attuale perché dopo 38 anni da quel drammatico 9 maggio 1978, ha aperto ampi spiragli di luce nel buio di una vicenda che ha segnato in maniera indelebile la storia del nostro Paese e della nostra democrazia. Spiragli di luce ed anche di fiducia lungo il difficile percorso per giungere a quella verità finora negata. Straordinaria attualità perché le riflessioni di de Jorio, non solo hanno contribuito alla costituzione della Commissione bicamerale di inchiesta, ma in molti punti combaciano con gli atti acquisiti dalla stessa Commissione nel corso di un anno di lavoro.

Filippo de Jorio, noto avvocato amministrativista, negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso è stato un autorevole esponente della destra romana della Democrazia Cristiana. È stato consigliere regionale del Lazio, portavoce di Mariano Rumor e Giulio Andreotti, insomma un "addetto ai lavori" che ha vissuto dall'interno le stagioni politiche di quegli anni, quindi assolutamente documentato e perciò credibile.

La presentazione del suo libro a Bari ha segnato una tappa interessante nel dibattito in corso, anche perché coincidente con la pubblicazione di un primo bilancio dei lavori della Commissione bicamerale di inchiesta. De Jorio nel suo libro offre una documentazione completa di quanto avvenne prima, durante e dopo la strage di via Fani e sui drammatici giorni di martirio di Aldo Moro, vittima della «congiura delle fermezza» di cui lo statista pugliese era consapevole e della quale aveva compreso la regia. Moro - scrive de Jorio - «sa che Andreotti lavora contro di lui.» Tra i due - aggiunge - «non è mai corso buon sangue», anzi tra loro c'è «un rapporto concorrenziale fortissimo. Andreotti sa che se Moro rimarrà nel gioco politico, per lui la Presidenza della Repubblica sarà una pia aspirazione e null'altro. Sa anche che la fine intellettualità di Moro lo metterà nell'angolo. Perciò nei giorni della prigionia tutto ciò che poteva porre in essere decentemente e senza apparire direttamente, di comportamenti omissivi per NON salvare Moro, lo ha fatto evitando di compiere le azioni che avrebbero potuto riportarlo a casa e sottrarlo ai suoi rapitori fino a quando, però, di fronte alla prospettiva di scambio di alcuni "prigionieri politici" delle Br con la vita dell'ostaggio, è costretto a uscire allo scoperto per impedire quest'ultima possibilità di salvezza patrocinata autorevolmente da Craxi e Leone.»

Moro lo scrive in una delle sue ultime lettere quando, in quella diretta a Zaccagnini (28 aprile) afferma tra l'altro «...questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreottti, né per il Paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità.»

Le lettere inviate da Moro dalla sua prigione, hanno una giusta centralità nell'opera di de Jorio perché «sicuramente autentiche, sufficienti per delineare i vari momenti psicologici del prigioniero»; non solo ma «contengono tutto ciò che serve per rendere chiari i suoi messaggi.» Nell'analisi di quelle lettere de Jorio si avvale della collaborazione della sociologa Giada Pacifico; altro collaboratore è il giornalista Antonio De Pascali.

Il lavoro della Commissione bicamerale, come ho detto, comincia a rompere il muro di omertà e ad aprire spiragli di speranza di riscrivere la vera storia di quei giorni.

Numerosi, importanti elementi sono venuti alla luce nel corso delle audizioni. A cominciare dal contenuto delle audiocassette sequestrate a suo tempo in alcuni covi delle Br, per proseguire con la "lettura" di elementi genetici dall'esame "dna" di reperti rinvenuti nei covi, nella Fiat 128 usata per l'agguato di via Fani (una trentina di mozziconi di sigaretta). E poi la testimonianza di una cinquantina di persone a conoscenza degli avvenimenti di quei giorni e mai ascoltate dalle autorità giudiziarie; la acquisizione di fondamentali documenti, mai presi in esame. È il caso, per esempio, di un dispaccio del 18 febbraio 1978 inviato da Beirut da un agente dei Servizi (probabilmente il colonnello Giovannone, uomo di Moro nel Libano), interlocutore del Fronte per la Liberazione della Palestina Habbash, nel quale si ipotizza l'eventualità di una operazione terroristica di notevole portata programmata da terroristi europei e che avrebbe potuto coinvolgere il nostro Paese. L'informazione fu deliberatamente sottovalutata.

Questa "scoperta" acquista uno straordinario interesse se collegata con quanto ha recentemente rivelato "Oggi7" il settimanale di "America Oggi" che esce a New York. Il giornale pubblicò anni fa in prima pagina, la fotocopia di un misterioso ordine del Ministero della Difesa - Direzione Generale della Marina, con il quale si davano istruzioni all'agente di Gladio "G71", Antonino Arconte, a recarsi in Libano per consegnare un documento top secret al colonnello Stefano Giovannone perché si adoperasse con i suoi contatti con i terroristi mediorientali, per attivare canali utili alla liberazione del presidente della Dc Aldo Moro. Dov'è il mistero?  Quel documento recava la data del 2 marzo 1978 (14 giorni prima della strage di via Fani). Quel mistero non è mai stato risolto.

E a proposito dell'agente "G71" l'onorevole Gero Grassi (pugliese di Terlizzi) uno dei componenti più attivi della Commissione parlamentare d'inchiesta, di recente, ha rivelato che quel documento del 2 marzo 1978, prima della consegna al colonnello Giovannone, passò per le mani del colonnello del Sismi Mario Ferraro che ne conservò una copia. Il colonnello Ferraro è morto nel 1995 in seguito a un misterioso suicidio. Lo stesso Arconte, in una intervista da New York a "America Oggi" racconta di essere un sopravvissuto in quanto molto suoi colleghi "gladiatori", in  questi anni sono stati "suicidati". Quello stesso documento a suo tempo, dopo approfondite analisi, fu dichiarato autentico, ma nessuno si preoccupò di accertarne paternità e scopo. E poi quella data!

Ma c'è di più. L'onorevole Grassi ha invitato l'ex agente "G71" a venire in Italia per essere ascoltato dalla Commissione parlamentare. Ebbene Arconte ha risposto di essere disposto a parlare perché ha molte cose interessanti da dire, ma non vuole tornare in Italia dove correrebbe molti e gravi rischi; è disposto a incontrare la  Commissione o alcuni suoi componenti a New York nella sede dell'Onu unico posto nel quale sarebbe protetto dall'immunità delle Nazioni Unite. Lo stesso Arconte, ne è convinto Gero Grassi, potrebbe  rivelare interessanti dettagli sulla bomba che il 3 agosto 1974 esplose sul treno Italicus sul quale era salito l'onorevole Moro e dal quale fu fatto frettolosamente scendere dopo pochi minuti.

Altri interessanti elementi la Commissione ha acquisito dal memoriale dell'ex senatore Sergio Flamigni componente della prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, insediata nel gennaio 1980 e che concluse i suoi lavori nel giugno 1983. Flamigni concentra la sua attenzione sulle numerose lacune, contraddizioni, misteri, depistaggi, omertà, delle indagini e  tra l'altro, afferma: « per accertare l'esatta dinamica dei fatti la Commissione dovrebbe acquisire un documento fondamentale, il brogliaccio della sala operativa del Viminale relativo al giorno 16 marzo 1978 e precedenti, dove venivano annotati tutti i contatti radio con le auto di scorta e quindi tutti gli orari e tutti i percorsi.» Ebbene, quel brogliaccio non esiste più. È andato "perduto" hanno risposto dal Viminale.

Un altro elemento interessante fornito da Flamigni: la stampante utilizzata dalle Br per i loro comunicati, è uscita dagli uffici della Gladio. Informazione, questa, confermata dall'ex agente "G71" con una seri di dettagli e passaggi che rendono estremamente credibile l'indiscrezione.

E poi c'è il mistero della moto "Honda" in via Fani, di cui ha parlato l'ispettore di polizia a riposo Enrico Rossi, di cui si occupa, con dovizia di particolari, de Jorio nel suo libro. Una presenza che porta alla cosiddetta "via tedesca", anche questa oggi all'attenzione della Commissione d'inchiesta che ha ascoltato alcuni testimoni oculari in via Fani in quella maledetta mattina.

E poi l'altro mistero del bar Olivetti che a suo tempo si disse chiuso e che invece era aperto come hanno confermato testimoni che quella mattina in quel bar consumarono il caffè' e utilizzarono il telefono di quel locale. Tullio Olivetti, il titolare del bar era stato coinvolto in vicende legate al traffico internazionale di armi. Una vicenda che non ha avuto seguito anche perché il suo accusatore, Luigi Guardigli, trafficante di armi e moneta falsa, fu definito, in una perizia psichiatrica, «personalità mitomane, con una condizione psicopatica di vecchia data.» Ebbene, altro mistero: l'autore di quella perizia, il criminologo Aldo Semerari, fu ucciso nel 1982 e il suo cadavere, decapitato, fu rinvenuto in un'auto parcheggiata nei pressi dell'abitazione del camorrista Vincenzo Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo. Quello stesso Casillo, altra strana coincidenza (de Jorio lo ricorda nel suo libro) che fece visita nel carcere a Cutolo pochi giorni prima che Moro fosse ucciso per dirgli (era latore di un messaggio di politici campani) «don Rafè, faciteve 'e fatte vuoste». Cutolo era riuscito a conoscere l'ubicazione della prigione di Moro ed era disposto a rivelarla. Ma «la congiura della fermezza» aveva deciso diversamente.

A proposito di Cutolo sono emersi di recente i rapporti tra 'ndrangheta e brigatisti. Ma c'è ancora di più interessante la telefonata che il deputato calabrese Benito Cazora, democristiano, fece il 1° maggio 1978 ad amici del suo partito e a chi indagava: «Dalla Calabria mi hanno telefonato per informarmi che in una foto presa sul posto quella mattina, si individua un personaggio a loro noto.» Laddove "loro" sarebbero personaggi legati alla 'ndrangheta. Cazora è quello stesso deputato democristiano carissimo amico di de Jorio ( ne accenna nel suo libro) che dopo avergli confidato alcuni segreti sulla morte di Moro, gli consegnò un memoriale perché de Jorio lo custodisse. Evidentemente non si sentiva sicuro con quel materiale, certamente scottante, e decise di consegnarlo a persona di fiducia. Nel 1989, quel memoriale, custodito da de Jorio nel suo studio , fu rubato da ignoti che per penetrare nell'ufficio demolirono due porte una delle quali blindata e l'altra con le serrature incastrate nel muro.

E se non bastasse, la Commissione negli archivi della Polizia ha rinvenuto una relazione di un dirigente della Digos, Domenico Spinella, nella quale si riferisce di un incontro riservato nello studio di Aldo Moro la sera del 15 marzo 1978, alla vigilia  della strage di via Fani. Ebbene, in quell'incontro Moro chiese l'attivazione di un servizio di vigilanza a tutela dell'ufficio di Via Savoia. Ma quella relazione inviata al questore da Spinella, reca la data del 22 febbraio 1979. Cioè Moro aveva chiesto aiuto e protezione perché aveva paura di qualcosa di grave e il tutto passò sotto silenzio. E poi il mistero legato a Giovanni Senzani, in quei giorni nel doppio ruolo di consulente del Ministero di Grazia e Giustizia e di brigatista.

Infine l'audizione di don Fabio Fabbri, braccio destro del cappellano delle carceri Cesare Curioni, intermediario nella trattativa voluta da papa Paolo VI il quale era riuscito a raccogliere la somma di 10 miliardi di lire (non erano soldi dello Ior), ma fu tutto inutile perché la «congiura della fermezza» aveva deciso che Moro doveva morire.

Dopo 38 anni - afferma de Jorio - « non siamo riusciti a fare i conti con la nostra storia, con un assassinio che ha chiuso alle nostre spalle come un cancello di pietra, i primi tre decenni della Repubblica.»

È giunto il momento della verità? Potremo aprire quel «cancello di ferro»? Forse è presto per dirlo, ma quanto sta emergendo, alimenta un pizzico di speranza e un cauto ottimismo.

 

 
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