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IL NEMICO NON È SOLO ALLE PORTE: LO ABBIAMO in casa nostra!

IL NEMICO NON È SOLO ALLE PORTE

LO ABBIAMO

in casa nostra!

di FILIPPO de JORIO*

 

La verità è che il nemico è non soltanto alle porte, ma in casa! Noi l’abbiamo già dentro. Il sentimento comune della minoranza musulmana, che, comunque, rifiuta l’integrazione non ci è sicuramente amico e, soprattutto i giovani anche se non possono dirlo apertamente, condividono molte delle posizioni estremiste che hanno contraddistinto gli ultimi eventi.

È questo humus sociale e umano che deve preoccuparci di più, perché favorevole a culture di bacilli micidiali per un Paese esposto com’è l’Italia, situata a soli 150 chilometri dalle coste libiche, di cui molta parte è nelle mani del Califfato di Derna che aderisce all’Isis. Perché il terrorismo peggiore è quello degli insospettabili, dei bravi ragazzi che non hanno mai dato segni esterni di caratteri o attitudini di violenza, dei «lupi solitari», che costituiscono una riserva di caccia per l’Isis e sono difficilmente identificabili. In questo senso concordo con il Gen. Carlo Jean, il quale ritiene che il maggior pericolo per l’Occidente derivi dal fatto che la politica dell’Unione Europea «è una entità inesistente in particolare dal punto di visto politico-strategico». Ma, soggiungo, è proprio e particolarmente questa assenza di politica che favorisce l’insorgenza di rischi molto maggiori per la sicurezza, proprio qui da noi con la provata presenza di molti gruppi legati ideologicamente all’Isis. In questo senso si sono verificati episodi di sottovalutazioni di fatti - indice veramente indicativo - come quello dei quattro ragazzi islamici che hanno inscenato «per scherzo» una falsa esecuzione di alcuni loro colleghi di scuola! Come la pensano le loro famiglie, com’è che hanno ideato uno scherzo di questo genere?

Accanto ai pericoli interni su cui occorre ben meditare ricordiamo che l’estremismo trova nelle masse arabe un terreno religioso e politico molto importante la cui estensione sta crescendo di pari passo con la constatazione della debolezza dell’Occidente e con la scarsa volontà di agire di tutti i governi occidentali.

Dopo la brutta figura del mese di settembre in cui si svolse la conferenza sulla situazione libica che vide assente l’Italia ed anche la nostra c.d. alta rappresentante europea per la politica estera, Mogherini (come se noi non avessimo interessi da tutelare, economici e politici... in Libia), c’è stato un sussulto di dignità nazionale che ha portato alla conferenza di Roma del 13 dicembre 2015, nella quale siamo riusciti a farci attribuire un ruolo di primazia nella guida della coalizione che dovrebbe avviare a soluzione il problema. Questa riunione plenaria promossa da Italia, Stati Uniti e Nazioni Unite per trovare un’intesa su un governo di unità nazionale libico idoneo a fare fronte all’avanzata dell’Isis ha potuto, grazie a Dio, rimetterci nel ruolo di protagonisti che la Mogherini non aveva saputo conservarci.

Il punto di partenza per i lavori delle delegazioni che si sono incontrate alla Farnesina (dal russo Lavrov all’americano Kerry) è stato perciò l’accordo raggiunto a Tunisi tra il governo di Tobruk e quello di Tripoli alla presenza dell’inviato Onu Kobler. Da allora, però, già è passato più di un mese! Sì, il tempo passa velocemente non certo a nostro favore. Sempre più pare irragionevole l’ottimismo del nostro ministro degli Esteri: «Siamo ad una stretta finale e la prossima settimana sarà decisiva per la chiusura di un’intesa tra le componenti del Dialogo politico libico». E ancora: «L’accordo per la formazione di un nuovo governo unitario apre la strada alla successiva fase di pacificazione e stabilizzazione del Paese affinchè la Libia possa finalmente voltare pagina e riprendere il cammino della riconciliazione e dello sviluppo democratico».

Purtroppo, le cose sembrano smentirlo ad ogni passo. Nella settimana dopo l’accordo che avrebbe, secondo lui, essere «decisiva» non è accaduto nulla. A nostro avviso il contrasto ideologico tra i due governi, quello di Tobruk e quello di Tripoli è troppo forte per sperare in una vera intesa!

Comunque, dal 13 dicembre, la nostra classe dominante si trova alle prese con il dilemma di cosa fare in Libia. La questione sta proprio qui. In questo momento in Libia vi sono circa 340 milizie armate che fanno capo a interessi tribali o particolari e due eserciti: uno, rappresentato dalla operazione «Alba» che ubbidisce al Consiglio Militare di Misurata e può contare circa 40 mila uomini armati, oltre 700 mezzi corrazzati, e l’altro del Gen. Haftar, legato al governo di Tripoli, appoggiato dagli occidentali nonché dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi e soprattutto dall’Egitto che è riuscito a farsi togliere l’embargo sulle forniture.

Il Gen. Haftar combatte con molta decisione i musulmani integralisti e senza dirlo esplicitamente, la consorteria dei fratelli musulmani che ha imperversato in Egitto per molti anni e continua a rappresentare, con la sua presenza clandestina, un problema grave per il governo egiziano, a parte i molti sanguinosi attentati di cui si è resa protagonista.

Il nostro governo non pare che abbia fatto per ora alcuna scelta tra le due parti, essendosi limitato ad auspicare una soluzione di compromesso tra i due governi per la creazione di un unico esecutivo nazionale libico.

Su tale punto c’è stato anche il consenso dell’Onu che è riuscito ad avere il placet di natura eminentemente platonica dai rappresentanti dei due governi, ma da quel momento, le trattative non hanno dato alcun altro frutto se non dichiarazioni di massima favorevoli ad un generico accordo e nulla più.

Al momento, il nostro governo pare orientato verso una soluzione di carattere politico-economico: inviare cioè delle truppe e schierarle intorno ai pozzi da cui l’Eni continua ad estrarre circa 200 mila barili di petrolio al giorno e cioè una misera parte di quello che ai tempi di Gheddafi, era un apporto di 1 milione e mezzo di barili.

Questa soluzione salvaguarda indubbiamente la possibilità di migliorare e rendere più sicura l’estrazione del petrolio che ci serve, ma non soddisfa in alcuna maniera tutte le altre necessità che pure sono stringenti e devono essere prese in conto.

Se, nell’assenza di contrasto, la presenza del Califfato si incrementa, se le coste libiche continuano a rimanere nelle mani dei musulmani integralisti, se l’accordo tra i due governi - come è molto probabile - non supererà la fase delle dichiarazioni di buone intenzioni, cosa dovrà fare l’Italia che ha reclamato l’onore e l’onere di capeggiare la coalizione? E quali sono i tempi nei quali il nostro governo dovrà agire per evitare che si consolidi una situazione troppo negativa perché possa poi venirne a capo?

Il nostro Presidente del Consiglio è riuscito a porre l’Italia come leader di una eventuale azione di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite e, per verità, ha avuto diversi consensi a cominciare da quello di Hollande, del Regno Unito e della Russia, ma che cosa in realtà intenda fare credo che, a questo punto, non lo sappia neppure lui.

Il problema dei problemi, a parte quello dell’aumento dell’estrazione del petrolio, consiste nel continuo pericolo che si sposti nuovamente sulle coste libiche l’asse dell’afflusso dei migranti che, ricordiamolo, fu favorito per molto tempo dal governo di Tripoli (e di Misurata). Soltanto con l’occupazione delle coste, si potrebbe risolvere la vicenda. Ma su questo punto ci sono molte incertezze perché si potrebbe verificare una situazione di «ingaggio» sul terreno bellico che l’Onu non vuole e meno che mai il nostro governo. Nell’articolo «L’Italia e la polveriera libica» di V. Emanuele Patti su Il Sole-24 Ore del 10 gennaio, si parla di «come mantenere la leadership dell’operazione senza l’uso delle armi», ma l’autore riconosce che questo è impossibile e quindi lascia aperto e insoluto il problema.

Andiamo a vedere quali sono gli antefatti di questa situazione: ricordiamo che vi fu un accordo tra Berlusconi e Gheddafi nel quale quest’ultimo si impegnava a frenare l’afflusso dei rifugiati verso l’Italia. Questo era sicuramente un fatto positivo per il quale valeva la pena, come fece Berlusconi, di baciare le mani al leader libico.

Sennonché, subito dopo, egli lo tradì, come abbiamo già ricordato in altro articolo, consentendo alla coalizione anti Gheddafi l’uso delle nostre basi aeree ed «accecando» i radar libici in modo da consentire all’aviazione francese di bombardare senza problemi. I risultati furono spaventosi. È innegabile: dopo il rovesciamento e l’uccisione di Gheddafi il 20 ottobre 2011, la Libia è stata soggetta ad un afflusso di armi mai visto prima, senza contare gli arsenali di Gheddafi, generando violenze tribali e una totale incertezza politica, con conseguenze su tutti i Paesi confinanti tra cui il Mali, dove l’arrivo di armi e combattenti provenienti dalla Libia ha provocato lo scoppio di una guerra civile nel 2012.

Ricordare tutto ciò è giusto perché ci fa capire che l’Italia ha delle gravissime responsabilità nella morte di quello che, paradossalmente, era il nostro migliore amico sulle sponde del Mediterraneo, cioè quello che ci assicurava non soltanto la primazia negli approvvigionamenti di petrolio, ma anche una collaborazione attiva per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina. In fondo, bisognerebbe ripartire da lì, da quell’accordo, visto che la posizione di Sarkozy, allora presidente, cui spetta la responsabilità storica della crociata anti Gheddafi e di tutti i problemi che ne sono derivati, si è molto indebolita cosicchè da quella parte non avremo più alcun problema.

Non sarà male ricordare altresì che, in realtà, Berlusconi non soltanto commise un atto vile e sul piano politico-diplomatico irragionevole, ma volle ignorare - benché fosse difficile farlo - che la coalizione obbediva non ad alti princìpi morali ma al desiderio di spossessarci del nostro ruolo primario ed a sostituirci nell’utilizzo del petrolio libico e per quanto riguarda particolarmente Sarkozy a conquistare sul campo un po’ di gloria per supportare le sue claudicanti chances di essere rieletto alla presidenza francese.

Quale autorità stipulerà l’accordo per la Libia? Qui la necessità della scelta. Posto che la pace tra Tobruk, Tripoli e Misurata, con ogni probabilità non avrà vita lunga, è necessaria una scelta coraggiosa, ma realistica a favore del Gen. Haftar che è l’unico che potrebbe dare un supporto militare serio per evitare che i nostri militari siano esposti ad un conflitto sul campo i cui sviluppi non potrebbero controllare, ciò con l’appoggio dell’Egitto e con il consenso della Russia che sono gli unici Stati che si rendono veramente conto della importanza e della immanenza del pericolo nell’assenza di qualsiasi contributo da parte degli Usa che, dopo aver «inventato» la «Primavera Araba», e dopo aver dato un supporto importante agli integralisti islamici che combattevano contro Assad in Siria, (con il risultato non previsto che le armi date a questi sono poi transitate nelle mani dell’Isis), hanno deciso di defilarsi rinunciando a qualsiasi azione politica nel settore.

Haftar è un uomo pratico che si rende conto della necessità di scelte chiare. Egli fu un gheddafiano, ma cadde in disgrazia del 1987 durante la guerra libico-ciadiana, divenne poi alleato degli Usa che gli dettero ospitalità tra il 1990 e il 2011. La sua armata dedicata alla «Dignità» è composta principalmente da soldati dell’ex esercito gheddafiano e da numerosi federalisti che vogliono maggiore autonomia per la regione orientale della Cirenaica. Haftar ha svolto ed ancora svolge una lotta sul campo contro gli islamisti che considera tutti nemici, sia quelli del governo rivale di Tripoli, legati alla Fratellanza Musulmana, sia gli estremisti di Ansar al-Sharia e dello Stato Islamico, affermando che si tratti di una campagna contro i terroristi. In questo si allinea a quanto fatto in Egitto dal presidente al-Sisi, che è stato indotto dalle circostanze a una dura repressione della Fratellanza Musulmana dopo il rovesciamento di Morsi e contro gruppi affiliati allo Stato Islamico nel Sinai.

Questa potrebbe essere la soluzione, che, comunque, al momento è l’unica ipotizzabile possibilità per salvarci da una facile accusa di inconsistenza e di incapacità politica e dirigenziale.

Ci arriveranno i nostri primi attori come Renzi, Pinotti, Gentiloni e la Mogherini o continueranno, come fanno da circa un anno, a non voler vedere la vera essenza del problema?

La soluzione del problema libico di cui la stampa non parla molto ma che è essenziale per il nostro futuro, è una sorta di cartina di tornasole della capacità della nostra classe dominante di risolvere i veri problemi. Non con qualche battuta di spirito o con qualche facezia, ma sul terreno degli effetti e dei risultati.

*Presidente della Consulta dei

Pensionati e dei Pensionati Uniti

 
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