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BILANCIO DI UN ANNO: PIE SPERANZE e cocenti delusioni

BILANCIO DI UN ANNO

PIE SPERANZE

e cocenti delusioni

di FILIPPO de JORIO*

 

L’anno non era cominciato male per i percettori di redditi fissi e per i pensionati. C’era la grande speranza nella decisione che avrebbe assunto la Corte Costituzionale (che poi ci fu, la n. 70/2015, anche se beffeggiata da Governo e Parlamento!) e la convinzione profonda che le cose non potessero andare peggio e perciò ci sarebbe stato quel «rimbalzo» che, dopo avere perduto tanti punti di PIL, era quasi obbligatorio.

Purtroppo, nulla di tutto questo è avvenuto.

Difatti, la sentenza n. 70 della Corte Costituzionale che restituiva i soldi sottratti illegittimamente ai lavoratori in quiescenza mettendoli in grado di aumentare il loro potere d’acquisto e dare una grossa mano all’aumento della domanda interna, è stata in sostanza ignorata dalla decisione del Governo che, con il decreto legge n. 65, ha in pratica peggiorato la situazione che la Corte aveva giudicato incostituzionale.

Le imposte hanno continuato ad incrementarsi per cui, in sostanza, la disponibilità economica, il potere d’acquisto di tanti milioni di persone è ancora diminuito.

È innegabile che, nonostante tutte le promesse, la pressione fiscale continua ad aumentare, soprattutto per l’incidenza delle sovraimposte regionali e comunali che incidono sinistramente su bilanci già decurtati da tanti anni di sacrifici e di erosione dei risparmi.

C’è poi la tendenza di chiara marca confindustriale di risolvere i problemi delle pensioni riducendole tutte, cioè con un appiattimento verso il basso che porterebbe tutti i titolari di trattamenti di quiescenza verso una condizione di semi-povertà.

I sintomi non sono incoraggianti: considerare ricchi i pensionati che riscuotono più di 2.200 euro al mese è già contrario alla logica più elementare. Se poi su questo disegno diciamo così di livellamento verso il basso il governo riesce pure a trovare il consenso poco responsabile di elementi della destra come la Meloni, che da tempo svolge una campagna anti pensionati, non avendo ancora capito che le pensioni alte sono relativamente poche e che quelle basse sono invece drammaticamente tante, vuol dire che mala tempora currunt e che occorre guardare all’avvenire con preoccupazione. «Piove sul bagnato» verrebbe da dire perché fluttua sempre per l’aria la minaccia di ricalcolare tutte le pensioni con il metodo contributivo, il che, applicato retroattivamente, porterebbe ad un sostanzioso ribasso di quasi tutti i trattamenti di quiescenza.

In questo contesto, ciò che purtroppo manca è un esame delle ragioni del deficit della cosiddetta «spesa previdenziale» la quale è gravata da oneri che con la previdenza vera e propria non hanno nulla a che vedere.

Sfugge alla mente dei «riformatori» a tutti i costi la necessità di un esame veritiero delle componenti di questa spesa...

Eppure i fatti sono a disposizione di tutti, anche se la stampa ne parla soltanto a mezza bocca.

Sull’ammontare dei contributi versati dai lavoratori per la pensione, pesano come macigni le seguenti voci: invalidità, casa, cassa integrazione guadagni (CIG), cassa integrazione, disoccupazione, etc. tutte spese che non dovrebbero mai essere fatte con i soldi dei pensionati ma poste a carico della fiscalità generale.

Perciò, prendersela con le pensioni e con i pensionati è un gesto di grave irresponsabilità, anzi di follia!

Se poi passiamo ad esaminare la situazione generale da un anno all’altro, il nostro punto di vista non può non essere di estremo, angosciato riserbo.

La classe dominante sembra scatenata nel commettere errori su errori, come se fosse convinta di non dovere mai pagarne alcuno scotto.

Pensiamo alla politica economica. Il governo appare ciecamente preoccupato di accrescere i privilegi degli imprenditori cui ha già fatto l’enorme regalo dell’jobs act che tutto fa tranne che dare buone occasioni ai giovani.

Un dono generoso che purtroppo è servito a poco, se è vero, come è vero, che il precariato - cioè gli impieghi a tempo determinato, è cresciuto fino all’incredibile 14,6 per cento, numero storico per l’Italia, mentre gli occupati a tempo indeterminato sono saliti in due anni (cioè dalla fine del governo Letta) di sole 287.000 unità.

Il che è il contrario di ciò che si prefiggeva la riforma del lavoro, cioè far aumentare i lavoratori a tempo indeterminato e diminuire il numero dei precari! Purtroppo, giudicandola nel suo complesso, è palese che essa non condiziona il suo favore agli imprenditori ad adempimenti precisi e non prende in carico l’ipotesi, poi verificatasi, di una preoccupante ed imprevista diminuzione dell’export (che invece si era sempre incrementato anche negli anni più bui).

Vero è che da qualche tempo, gli industriali italiani non vogliono più investire e preferiscono vendere l’azienda, se appena possono, o vivere di redditi finanziari e, comunque, restare alla finestra in attesa di buone occasioni che il fato e non la loro iniziativa potrebbe riservare!

La fotografia migliore dello stato dell’economia ce la dà il CENSIS, e soprattutto il commento di un uomo intelligente ed acuto come De Rita, il quale ha parlato con preoccupazione dello stato di narcosi, anzi di letargo in cui giace il settore. Egli ha anche giustamente deprecato la mancanza di una vera strategia di crescita e delle scarse iniziative presenti nell’economia italiana. Questo intellettuale cattolico potrebbe fare molto bene se impegnato in compiti più attivi di quello del CENSIS, ma non essendo legato ad alcun «carro politico» è sempre rimasto, e del tutto, ingiustamente, in ombra.

Comunque, la sua opinione è per noi veramente importante e non è certo confortante!

E veniamo, per propinquità di argomenti, alla crescita che non c’è.

Dopo tante parole, la realtà purtroppo è impietosa.

C’era da sperare, abbiamo detto all’inizio, ad un rimbalzo, un sussulto di vitalità dell’economia nazionale, da considerare, prognosticamente, quasi obbligato, dopo tanti anni di diminuzione del prodotto interno lordo, ma neppure questo c’è stato perché il terzo trimestre registra un misero 0,2 per cento e l’ISTAT ammonisce che alla fine della storia, l’incremento non sarà - come hanno promesso Renzi e Padoan dello 0,9, ma forse appena dello 0,7 per cento.

Ma perché giocano sui decimali?!

È un fatto che la ripresa non c’è e, come ci dicono gli ultimi dati disponibili, una parte predominante di questo misero zero virgola dipende da quei tanti miliardi di prostituzione, droga, contrabbando, attività della criminalità organizzata. Secondo le stime più accreditate si tratta del 12,90 per cento del totale del PIL.

Una delle pochissime voci libere sopravvissute nella stampa nostrana ha icasticamente titolato: «Il PIL salvato dai criminali».

Per continuare in questo quadro non esaltante, c’è da prendersi carico di quello che sta succedendo nei nostri rapporti con l’Europa, con la Francia così duramente colpita, e ciò nell’ottica di quel pericolo terroristico sempre più grave e vicino.

Negare nei fatti il nostro appoggio operativo alla coalizione internazionale che opererà contro l’ISIS ed alla quale TUTTI hanno aderito ivi compresa la Germania che in forza della sua stessa Costituzione, non lo potrebbe, stricto jure, fare, non mi pare proprio un buon affare! Perché significa scegliere una posizione assurdamente isolazionista e sentirci poi negare la stessa solidarietà quando NOI ne avremo bisogno.

Non vorrei che i detrattori (e in Europa ne abbiamo molti, anche perché la nostra «disinvoltura» in politica estera è tristemente nota: chi non ricorda la cinica battuta in proposito - che, però, non è priva di ragioni -. Dicevano: «L’Italia è un Paese che entra in guerra a fianco di certuni e poi finisce la stessa guerra schierandosi con i loro nemici»...!) possano pensare che decidendo di non bombardare insieme agli altri membri della coalizione le posizioni dell’ISIS in Siria, noi italiani stessimo pagando un tacito scotto allo Stato islamico per essere lasciati in pace! (come in fondo fanno le monarchie del Golfo Persico).

Sarebbe molto triste accreditare con i nostri comportamenti un simile sospetto.

Anche perché il pretesto utilizzato da Renzi per rifiutarsi e cioè che dopo quello che è accaduto in Libia, vogliamo prima di ogni intervento sapere quale è il progetto finale non basta a farci dimenticare che dopo avere accolto trionfalmente Gheddafi (Silvio Berlusconi in un eccesso di «patriottismo» gli baciò addirittura le mani), lo tradimmo poi «accecando» i radars libici con i nostri strumenti elettronici e addirittura bombardandolo, consentendo quindi la sua sconfitta e le sua morte, per cui non soltanto la Francia di Sarkozy, che cercava un po’ di gloria in politica estera per essere rieletto, (cosa che non gli riuscì), ma anche il nostro governo è largamente responsabile della catastrofe libica poichè allora mise le sue basi a disposizione della coalizione anti Gheddafi soprattutto con azioni finalizzate e dirette a distruggerne le difese.

L’impianto dell’ISIS a Sirte e più in generale sulle coste libiche ci consente di valutare pienamente l’inefficacia della politica italiana che, dopo essersi cimentata per mesi nel tentativo (impossibile) di riportare concordia tra i due governi libici di Tobruch e di Tripoli, riuscendo in questa impresa soltanto limitatamente al fatto che ormai ci sono nemici entrambi, ha finto di non vedere che i terroristi sono a 300 km dalle nostre Coste!

Gesù fate luce! Fateci capire qualcosa tra i miliardi di belle parole di cui è prodigo Renzi, sempre più simile al Berlusconi vacuo e trionfalista dei suoi primi mesi di governo, e la triste realtà dei tempi che viviamo!

Ci sarà un momento di consapevolezza e di lungimiranza da parte della classe dominante?!?

Se guardiamo, tuttavia, anche dalle parti dell’opposizione, c’è poco da stare allegri …

Alcuni lettori ci domandano se la vittoria del FN possa ridare ossigeno a qualcuno della destra italiana. Riteniamo di no perché c’è una differenza abissale tra i politici opportunisti e il decisionismo e la forza morale di Marine Le Pen che ha dovuto sacrificare il fondatore del Movimento, suo padre, alla continuità della linea politica di centro-destra, benché egli non avesse poi tutti i torti nel ricordare che il maresciallo Pétain era andato al potere con il voto unanime del parlamento francese!

Non proviamo alcuna simpatia per questi vecchi personaggi che si ostinano a vivere di politica e un B. che porta i voti a Renzi al momento del bisogno, una Meloni che ostinatamente cerca di «manovrare» abbassando le pensioni ed altri comprimari che dopo avere avuto il regalo del potere politico dagli italiani del 1994 assetati di cambiamento hanno fatto di tutto e di più per offrire di se stessi o della loro incapacità uno spettacolo tale da scongiurare a vita che l’elettore gli dia di nuovo in mano il bandolo della matassa!

Riteniamo altresì che ogni loro speranza in questo senso, cioè,  di poter riemergere sfruttando il successo della Le Pen è, per fortuna nostra, una pia illusione. Faccia però, attenzione questa leader vincente a non acconsentire a gemellaggi con partiti politici italiani in fase calante. Non le servirebbe a granchè e forse la danneggerebbe!

Qualche riflessione sull’ordine pubblico:

Le grandi città sono sempre più in preda di bande criminali, che si contendono il dominio dei vari quartieri. I reati sono stati ben 2.800.000 e il fatto che siano in diminuzione del 2,7 per cento non ci può fare dimenticare che una cospicua parte dei fatti illeciti non viene più denunciata, sia perché non tutti sono assicurati contro i furti et similia, sia per mancanza di fiducia.

Abbiamo potuto personalmente costatare che essendo la maggior parte dei delitti riferibile ad ignoti, nessuna indagine viene compiuta ed il PM si affretta ad archiviare senza svolgere alcuna altra indagine.

La legge sul perdono dei reati minori, entrata in vigore il 2 aprile, non ha di certo migliorato le cose rendendo possibili letture arbitrarie dei fatti o abusi di ufficio.

 

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Infine, sul piano politico istituzionale, anche gli ultimi eventi mostrano, a nostro avviso, che c’è un forte squilibrio nell’impianto generale che certo non si avvantaggerà né della demolizione del Senato, né della nuova legge elettorale. Il vero problema è che una voce di vera opposizione non c’è perché il più forte partito contrapposto al governo è in realtà pronto per le difficoltà politico-giudiziarie del suo capo a mettere dei voti a disposizione del premier (ecco il male profondo che scaturisce dal patto a suo tempo stipulato tra i due Renzi e Berlusconi al Nazareno).

La Lega è affetta da una mancanza di cultura politica e di programmi che la relega su un piano provinciale e localistico. Dei 5Stelle ben poco si può dire perché, sempre pronti a cavalcare battaglie demagogiche, non ci hanno mai chiaramente detto cosa vogliono.

Siamo costretti ancora una volta a dire che si sente crudelmente l’assenza di un partito dei moderati fondato sulla unità politica dei cattolici. Un bene prezioso che dovremmo cercare di ricostruire. Saremmo lieti di dare tutta la nostra simpatia a un gruppo di giovani fortemente motivati sul piano ideale, convinti assertori dei valori della tradizione dei cattolici impegnati in politica e soprattutto onesti e capaci come fu quel gruppo di giovani (Moro, Tambroni, Colombo, Rumor, Cossiga, Andreotti per citare soltanto alcuni nomi) che nel 1946 iniziò la ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra perduta e ne fece la quarta potenza industriale del mondo.

*Presidente della Consulta dei

Pensionati e dei Pensionati Uniti

 
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