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LA CASTA VUOL FARE SOLDI! MASSACRANDO I DIRITTI

LA CASTA VUOL FARE SOLDI!

MASSACRANDO I DIRITTI

I pensionati italiani sono le vittime degli enti previdenziali

e delle violazioni di legge che restano impunite

di FILIPPO de JORIO*

 

Quando perfino un giornale «serio» come il Mattino di Napoli, ultimo dopo altri media che ne hanno fatto un cavallo di battaglia da anni, come «Radio 24» e tanta altra stampa di influenza confindustriale, dedica larga parte della prima pagina all’inchiesta sui «vitalizi» identificando nel successo di questa campagna la salvezza del nostro Paese dalla corruzione etc., qualche questione bisogna porsela sulle vere ragioni di questo attivismo giornalistico e televisivo.

E ciò per due buoni motivi: a) perché bisognerebbe distinguere tra vitalizi, frutto di contributi effettivamente versati, e «regali» a chi ha soltanto profittato della congiuntura politica o amministrativa come - tra i molti - l’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato le cui storie pensionistiche sono più che note essendosene occupata per molti anni la stampa; b) perché anche se si abolissero tutti i vitalizi il vantaggio per la finanza pubblica sarebbe irrisorio di fronte ai 90 miliardi di appalti truccati identificati dalla Corte dei Conti che, si badi bene, sono soltanto una parte del complesso meccanismo corruttivo che sta inghiottendo l’Italia e contro il quale la classe dominante fa ben poco!

La verità sottesa a questa campagna è però un’altra, che va decrittata: Una volta toccati i vitalizi dei politici, sarà la volta delle pensioni. Questo sì è il boccone più ghiotto...!

Se abbiamo colpito i politici nei loro vitalizi, si dirà in nome della «salvezza della patria», occorre ricalcolare tutte le pensioni con il metodo contributivo ed ovviamente questo calcolo produrrà - secondo gli esperti - una ventina di miliardi di «risparmio» ma , purtroppo, contestualmente - aggiungiamo noi - infinite sofferenze a gente, come i pensionati, che già ha dato molto ed ha subìto tante ingiustizie.

Si pensi al fatto che la sentenza n. 70 della Corte Costituzionale, che finalmente ha interrotto una lunga serie di vere e proprie persecuzioni, è stata brutalmente ignorata dal Governo (e non difesa da alcuno), anzi beffeggiata, con un decreto legge, il n. 65/2015 che ha aggiunto nuovi sacrifici a quelli della Legge Monti-Fornero, con durata fino al 2017.

Ma questo risultato non avrebbe mai potuto essere raggiunto senza la complicità di una stampa asservita che ha aderito senza batter ciglio all’ukase della Confindustria preoccupata che la restituzione di quanto iniquamente prelevato sulle pensioni potesse in qualche modo infirmare la politica renziana permeata da un favor innegabile verso gli imprenditori.

Ora questi non sono più quelli che una volta investivano coraggiosamente e si proiettavano nel mondo, simbolo vivente dell’impegno e della genialità italiana. No, tutt’altro, a parte poche e lodevoli eccezioni si tratta di persone che sognano di vendere la «fabbrica» e vivere tranquilli, come più volte in questi ultimi tempi è avvenuto anche in casi molto delicati (vedasi Pirelli, Fendi, Fiorucci, Bulgari, Telecom). Si pensi alla Saras crollata in borsa quando le notizie sapientemente fatte trapelare ed intrattenute per una intera estate circa un Opa russa sono risultate fallaci ed anzi si sono rivelate il contrario della verità, dato che questi supposti acquirenti russi hanno venduto gran parte delle loro azioni per lucrare una notevole plusvalenza rispetto al prezzo di acquisto!

Quindi, se Renzi pensa che, sacrificando i pensionati, e dando sgravi fiscali, facilitazioni, licenziamenti facili agli imprenditori italiani, provocherà più investimenti, sbaglia grossolanamente. Questi non ci saranno poichè manca a certi imprenditori il coraggio di rischiare e perciò la voglia di puntare su investimenti e sul futuro.

In realtà contro la Corte Costituzionale che, applicando le leggi, aveva disposto di rimborsare ai pensionati quanto sottratto loro dalla L. Monti-Fornero (n. 214/2013) si scatenò un vero e proprio «processo» con accuse molto pesanti di complottare per la rovina del bilancio dello Stato, sostenute anche all’interno della Corte da uomini come il giudice costituzionale Giuliano Amato (lo stesso di cui parlavamo prima) che fece sapere di avere votato contro l’adozione della decisione (Suprema eleganza!).

Sulla stampa, tranne che su questo periodico, non ho visto neppure un articolo a sostegno della Corte in quella occasione. Anzi, critiche giuridiche pesanti, anatemi, calcoli sballati, accuse ai giudici della Consulta di «lesa patria», etc.

Tutti, dico tutti, si fecero eco alle «preoccupazioni» interessate degli imprenditori («se danno ai pensionati, non danno a noi...»).

Così è stato facile per il governo varare il D.L. 65/2015 che sostanzialmente disapplica la sentenza favorevole ai pensionati ed inasprisce i prelievi a loro carico infrangendo l’art. 136 della Costituzione e le norme di diritto europeo (fra le tante spicca l’art. 1 del I° Protocollo Aggiuntivo della Cedu per il quale il lavoratore è proprietario e titolare dei contributi previdenziali versati ed accantonati a fini pensionistici.

Ai nostri occhi è questa la prova provata, inconfutabile che la classe dominante è contro i pensionati e che questi sono entrati sempre di più nel mirino dei procacciatori di soldi per finanziare la cosiddetta «ripresa». In questo disegno brillano i comportamenti degli enti previdenziali come Inps (anche come gestione ex Inpdap), Inail che fanno a gara per disattendere le aspettative ed i diritti dei lavoratori in quiescenza.

Possiamo dire in tutta franchezza che pericoli sempre più gravi per questi ultimi vengono ormai da molte parti. Le sintetizziamo:

1) il ventilato piano governativo per ricalcolare tutti i trattamenti di quiescenza con il metodo contributivo, con il proposito di estrarre da questa operazione 20/30 miliardi di euro.

2) Le pressioni di ogni tipo sulla magistratura giudicante non soltanto da parte del Governo ma da tutta la classe dominante affinchè i giudici siano più che prudenti e non perdano soldi dando ragione ai pensionati, anzi che stringano i freni il più possibile...

3) L’azione degli enti previdenziali CONTRO i lavoratori a riposo sulla quale si possono fornire infinite prove.

 

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Abbiamo più volte parlato delle prime e delle seconde disgrazie. Oggi dedicheremo più spazio alla terza che sul piano meramente tecnico è quella che più costa in termini concreti ai nostri assistiti: Qui ci sono comportamenti, che rasentano l’incredibile; Noi stessi che ne siamo continui testimoni siamo tentati di credere di essere vittime di allucinazione!

Cominciamo dal fatto che l’Inps, anche come gestione ex Inpdap, non esegue le sentenze di condanna a pagamenti verso i pensionati e, se lo esegue, lo fa non con gravissimi ritardi e parzialmente, cioè, anche se si tratta di obbligazioni di durata per tutta la vita dell’avente diritto, le mette in atto soltanto fino alla data della sentenza e basta, per cui sono necessari nuovi contenziosi, nuove cause, nuovi adempimenti, nuove attese. Spesso accade che i giudici dell’esecuzione non abbiano la cultura giuridica sufficiente per capire che una obbligazione pensionistica dura per tutta la vita del percettore! Per questo, almeno in parte, anche chi ha ottenuto ragione rimane però a «bocca asciutta» o è costretto a rinnovare contenziosi già risolti.

Non parliamo del comportamento processuale degli enti previdenziali: menzogne, improvvisazioni, cambi improvvisi di attestazioni e di dichiarazioni sono all’ordine del giorno. Insomma la loro non pare l’attitudine propria e congeniale ad un ente pubblico che dovrebbe avere a cuore il benessere dei suoi assistiti, ma quello di un avventuriero bugiardo che cerca in ogni modo di avvantaggiarsi nella spartizione del bottino, che è rappresentato dai contributi previdenziali, che dovrebbero essere amministrati con le regole della riserva matematica ed invece vengono adoperati per altri fini, come l’assistenza, la cassa integrazione etc. che dovrebbero essere spesate dalla fiscalità generale e non addossata ai pensionati ed ai loro contributi!

 

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Recentemente abbiamo assistito 30 ex dipendenti della Città del Vaticano in un giudizio che, tra Tribunale, Corte d’Appello ed un duplice ritorno in Cassazione, si è trascinato per circa 20 anni e più.

Ebbene, per tutti questi quattro lustri l’Inps aveva sempre sostenuto che in base al divieto di cumulo allora vigente tra pensioni e retribuzioni, l’ente nulla doveva ai dipendenti dello S.C.V. a titolo di pensione di vecchiaia, benché questo fosse loro dovuto in quanto cittadini italiani che lavoravano all’estero.

Quando per la seconda volta la Corte di Cassazione ha affermato che in base al Concordato del 1929 ed alla L. 153/69 ai predetti non si applicava il divieto di cumulo e perciò essi avevano diritto sia alla pensione Inps, sia alla retribuzione S.C.V., l’ente previdenziale ha cambiato idea ed ha cominciato a sostenere di avergli sempre pagato puntualmente la pensione!

Per non parlare dell’Inail ...

Sappiamo che l’ente è uno dei maggiori investitori in immobili che esistano in Italia e particolarmente a Roma.

Tutto ciò non rischia di destinare in modo anomalo il denaro versato per provvedere agli scopi istituzionali, cioè risarcimento per gli infortuni del lavoro rendite ai superstiti di lavoratori deceduti per incidenti sul lavoro etc.?!?

Insomma, l’ente - ricordiamolo - è deputato a svolgere compiti di carattere previdenziale e sociale ben diversi dalla cura degli acquisti immobiliari.

Tutto ciò si riflette sul fatto che, assistito da una coorte di ottimi avvocati, l’Inail resiste «eroicamente» a TUTTE le richieste anche le più giuste e fondate per il pagamento delle rendite ai superstiti dei lavoratori deceduti a causa delle attività svolte o per incidenti sul lavoro. Il pretesto è sempre lo stesso: la prescrizione. E su questo l’Inail arriva fino in Cassazione. Con le inevitabili conseguenze per gli aventi diritto che devono sopportare attese e spese.

Il comportamento degli enti previdenziali è tanto più assurdo in un Paese che ha sempre più fame di giustizia perchè la sente sempre più assente in tutte le cose, in tutte le occasioni, soprattutto nei rapporti che hanno un contenuto economico, per esempio come nei rapporti con l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia.

Le commissioni tributarie diventano sempre più avare di buone sentenze. Abbiamo cercato di scoprirne il perché. Molti esperti del settore ritengono che ci sia una stretta connessione tra l’assenza di avvocati che ormai non vengono più nominati (il solito Berlusconi porta la responsabilità di questo fatto!) e la nomina di ben 2.000 nuovi giudici tributari che, ovviamente, devono dare prove di fedeltà perché anelano ad essere riconfermati. Ma quale che ne sia la causa il problema della inesistenza di una vera giustizia fiscale esiste - come dice Enrico de Mita su Il Sole 24 ore ripetendo le parole di Ezio Vanoni, «senza giustizia fiscale la democrazia rischia di morire». Oggi la lezione morale e giuridica che queste parole del grande Vanoni contengono, rappresenta un ammonimento solenne nella situazione di enorme pressione previdenziale e tributaria dalla quale siamo ormai sommersi.

È vero che, vittima di input governativi inesorabili, il contribuente, soprattutto, se non può procurarsi un buon difensore, soccombe quasi sempre. Abbiamo letto sentenze che fanno rabbrividire perché da quello che contengono ci rendiamo sempre più conto che l’applicazione della legge è diventata facoltativa, opzionale e dipende da chi la chiede e dalla sua forza contrattuale e politica.

Il panorama per l’italiano medio pensionato o percettore di redditi fissi (archétipo che rappresenta poi molto più della maggioranza assoluta degli elettori) diviene sempre più scoraggiante... Tra le bugie ed i bluff di Renzi sulla diminuzione delle imposte, l’aumento reale delle stesse, l’assenza di garanzie giuridiche e la latitanza dello Stato di Diritto e delle sue tipiche connotazioni come imparzialità, rispetto della legge, buon andamento (con tanti saluti all’art. 97 della Costituzione!) la spirale discendente non si arresta.

In questa marcescenza lenta, c’è un altro e nuovo pericolo: la deriva populista e la voglia matta di processi giacobini in cui la legge ha poca importanza rispetto al giustizialismo più assurdo.

*Presidente della Consulta dei

Pensionati e dei Pensionati Uniti

 
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