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Importante contributo alla ricerca della verità, di Salvatore Sfrecola

Importante contributo alla ricerca della verità

Il “caso Moro”: “Identikit di un omicidio”

in un libro di Filippo de Jorio

di Salvatore Sfrecola

 

 

Ho partecipato molto volentieri, nei giorni scorsi, nella splendida cornice della nuova elegante struttura architettonica che ospita lo Yact Club di Montecarlo, presieduto dal Commodoro Carlo Ravano, alla presentazione del libro di Filippo de Jorio, “Identikit di un omicidio - il caso Moro”, un saggio storico – politico che ha la fondata ambizione di fornire nuovi strumenti di lettura dei drammatici eventi del sequestro e della uccisione dello statista democristiano. Ai fini della ricerca della verità, quella che invoca da anni Giovanni Moro, da sempre contrario a rincorrere le dietrologie alimentate in questi anni da giornalisti e politici. Con la collaborazione di Giada Pacifici e Antonio De Pascali, psicologa, la prima, e quindi impegnata nell’interpretare il profilo psicologico di Moro, come desumibile dalle lettere scritte nella prigione delle Brigate Rosse, giornalista, il secondo, puntuale nella ricostruzione dei momenti salienti degli avvenimenti che hanno contraddistinto i giorni della detenzione, de Jorio ripercorre la tragica vicenda del rapimento dello statista democristiano, della sua detenzione e della sua morte, seguendo il ritmo serrato degli avvenimenti, come in ogni giallo che si rispetti. Lo fa nell’ottica del politico che di Aldo Moro aveva apprezzato la fede nei valori civili e spirituali e l’analisi lucida delle prospettive dell’Italia nel difficile cammino verso il superamento della contrapposizione ideologica conseguenza della “guerra fredda” erede dei Patti di Yalta. Di più, Filippo de Jorio vede Moro anche attraverso gli occhi di un collaboratore privilegiato dello statista pugliese, “una persona preparata e perbene”, l’On. Raniero Benedetto, Consigliere comunale di Roma, poi regionale, uomo di raro equilibrio e di elevati valori, che anche io ricordo, un po’ più grande di me, al Liceo Tasso di Roma, dove muoveva i primi passi nelle formazioni giovanili della Democrazia Cristiana, alla testa degli studenti medi.

In questo libro c’è tutta la personalità di Filippo de Jorio, la sua passione politica al servizio allo Stato e della Comunità con il rigore dell’uomo delle istituzioni, con il fervore della fede nel diritto e nei valori della legalità insegnata nell’Ateneo e praticata nel Foro, con quell’impeto proprio di chi crede negli ideali che affondano le loro radici nella storia civile di questo nostro Paese. Una passione che lo anima anche nei nostri frequenti colloqui tra politica e diritto, sempre impegnato nel ricercare le ragioni della legge e di coloro i cui diritti difende nei Tribunali e nelle Corti.

Questo libro è, dunque, una lunga, argomentata e appassionata arringa dell’Avvocato de Jorio che corre lungo i fatti che hanno caratterizzato quei terribili giorni, tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, traendo spunto dalle lettere di Moro, dalle iniziative del Governo e dei partiti, dalle indagini di polizia che non riuscirono ad individuare il carcere delle Brigate Rosse, dalle testimonianze che anche successivamente sono state raccolte da studiosi, politici e giornalisti per dire che lo statista DC fu abbandonato. In una parola che non lo si volle salvare. Per molte ragioni, tutte politiche – è la tesi – perché il Presidente della Democrazia Cristiana era da tempo fautore di una intesa di governo tra cattolici e comunisti. Per la sua posizione politica Moro non era molto amato perfino nel suo partito, che lo aveva relegato in un ruolo formale, e la sua iniziativa politica era vista con preoccupazione da alcuni nostri alleati, in particolare negli U.S.A. (c’è stato anche chi ha collegato le morti cuente di Kennedy e di Moro, entrambi disponibili ad un’apertura “a sinistra”), sicché più di qualcuno sarebbe stato favorevole comunque all’uscita di scena di Moro. Alla sua fine politica, non necessariamente alla sua morte, come sembra dedursi dalle parole, che leggeremo più avantri, di Steve Pieczenik, rappresentante del Governo USA, in Italia per partecipare ai lavori del Comitato di crisi istituito dal Ministro dell’interno Cossiga.

Comunque si voglia interpretare l’intera vicenda, che nel caso dell’Autore è seguita e commentata con la passione del politico e con l’affetto dell’amico, il caso Moro è certamente uno dei più oscuri misteri della storia d’Italia. Se ne sono occupati più giudici, uno, Ferdinando Imposimato, ha scritto in proposito due libri (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, pubblicato nel 2008 con Chiarelettere, e “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia – perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera”, Roma, 2013, Newton Compton Editori), e due Commissioni parlamentari d’inchiesta. Lo hanno analizzato indagini giornalistiche e trasmissioni televisive, saggi e romanzi, autobiografie e film. Un mistero per molti aspetti, al quale le lettere di Moro aggiungono sempre nuove prospettive, rilette alla luce delle successive “rivelazioni”, mentre restano alcuni punti non chiariti, come quello della struttura del commando che rapì lo statista il 16 marzo 1978 in via Fani, della presenza di agenti dei Servizi sul posto dell’agguato, o delle influenze straniere che ancora oggi aprono interrogativi importanti sui quali questo libro s’interroga desumendone, come ho detto, che non si sia voluto salvare la vita di Moro. È in libreria in questi giorni “Una vita, un Paese Aldo Moro e l’Italia del Novecento”, di Renato Moro e Daniele Mezzana, edito da Rubettino, che pubblica gli atti del convegno “Studiare Aldo Moro per capire l’Italia”, tenutosi a Roma dal 9 all’11 maggio 2013, per iniziativa dell’Accademia di Studi Storici Aldo Moro.

Misteri e lati oscuri hanno alimentato un filone di ricostruzioni le più varie da quelle che definiscono intenzionali le “clamorose inadempienze e delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato”, come scrive Imposimato, terreno fertile per indimostrati teoremi che possono avere anche distolto dall’individuazione della verità. Lo stesso Giovanni Moro ha più volte messo in guardia da certe divagazioni non sorrette da ancoraggi documentali verificati, tra veri o presunti interventi di Servizi “deviati”, P2, Gladio, Servizi tedeschi e “consulenti” americani, via via confermati e smentiti.

La vicenda è senza dubbio complessa, molto complessa, con variegati risvolti politici e tecnici. “Come in una tragedia greca - ha osservato Agostino Giovagnoli (Il caso Moro – una tragedia repubblicana, Edizioni de Il Giornale, 2005) - anche durante il sequestro Moro si è scatenata una tempesta morale, che ha improvvisamente svelato profonde incertezze etiche nella società italiana. Già da anni tale società conviveva con un terrorismo dai molteplici volti, moralmente inaccettabile, per i tanti innocenti colpiti, e politicamente inquietante, per i suoi fini occulti. Ma fino a quel momento il fenomeno era stato sottovalutato e soltanto da allora si cominciò a pensare che poteva colpire a morte non solo singole vittime, ma anche le istituzioni di un’intera collettività, mentre, a loro volta, tali istituzioni potevano non essere più in grado di difendere la vita dei singoli cittadini da una simile minaccia” (pagina 10).

Sono molto grato, dunque, all’amico professor de Jorio per avermi coinvolto nella presentazione di questo suo bel libro che ci chiama a riflettere su alcuni aspetti della vicenda dal punto di vista politico ed anche sulle lettere di Moro, sulla sua personalità e sui rapporti con il suo e con gli altri partiti.

Ho detto di una tragedia italiana di proporzioni enormi, un passaggio cruciale della vita politica che qualcuno ha paragonato alle vicende dell’8 settembre 1943 quando qualche studioso di storia e di politica ha addirittura parlato della “Morte della Patria”. Galli della Loggia ne ha scritto nel 1993, tema ripreso da Renzo De Felice, in un suo libretto - intervista intitolato Il Rosso e il Nero, che ha fatto molto discutere, dove ha riassunto le sue interpretazioni intorno alla perdita del senso di identità nazionale degli italiani quando, appunto con l’8 settembre 1943, si sarebbe consumata, nella coscienza popolare, una catastrofe ideale, la perdita dell’idea di nazione che avrebbe "minato per sempre la memoria collettiva nazionale" (R. De Felice, 1995: 33). Anche se la fine doveva intendersi dello Stato e non della Patria, c’è chi ha rifiutato l’alternativa sostenendo che, in realtà, forse in molti non si era realizzata quella italianità che Massimo d’Azeglio auspicava quasi un secolo prima.

Momenti diversi, tempi diversi e diversi i protagonisti. Ma se durante il sequestro Moro la discussione si concentrò intorno ad un dilemma, difesa dello Stato o salvezza della vita umana, e l’Italia si divise tra i sostenitori della fermezza e i fautori della trattativa non c’è dubbio che gli uni e gli altri erano alla ricerca di valori ai quali ancorare le rispettive posizioni. Un conflitto che coinvolse lo stesso papa Paolo VI, dolorosamente combattuto tra l’affetto per l’amico, del quale voleva salvare la vita, e le preoccupazioni per l’Italia e per la tenuta delle istituzioni.

Non c’è dubbio che una chiave di lettura della vicenda vada ricercata anche nelle conseguenze della tragedia del rapimento, della detenzione e della uccisione di Moro, cioè nella sconfitta delle Brigate Rosse, nel loro isolamento, proprio per effetto degli interrogativi etici e civili che l’azione criminale aveva suscitato in un dibattito pubblico che in passato non c’era stato perché la crisi delle ideologie, stoltamente esaltata con conseguente affievolimento delle ragioni dell’appartenenza politica, aveva trascurato ogni approfondimento delle ragioni ideali del diritto e dello Stato.

Da quel 16 marzo 1978 l’etica tornò ad alimentare il dibattito della politica che si sente impegnata a contrastare il terrorismo ma anche a preoccuparsi della sorte dell’uomo.

Non c’è dubbio, ad esempio, che la tragedia abbia influito su un passaggio fondamentale nella vita politica nazionale allontanando il Partito Comunista Italiano da posizioni fortemente influenzate da condizionamenti esterni portandolo ad avere una maggiore fiducia nelle istituzioni democratiche nelle quali veniva coinvolto, abbandonando quel pesante fardello ideologico che aveva caratterizzato la sua presenza politica negli anni dell’immediato dopoguerra. Nei giorni tragici, tra il marzo e il maggio 1978, quella forza politica egemone nella Sinistra avviò concretamente un cambiamento importante sul piano culturale e umano con effetti politici rilevanti. Passando dalla filosofia dello Stato che-si-abbatte-e-non-si-cambia ad una scelta, che oggi chiamiamo riformista, stimolata proprio dal pensiero dello statista pugliese. Partito Comunista e Democrazia Cristiana, con la scelta contraria alla trattativa, significativamente patrocinata, invece, dal socialista Craxi proteso a scardinare proprio l’incipiente “compromesso storico”, delusero i brigatisti che ritenevano di poter fomentare uno scontro aperto in tutto il Paese. Perfino l’ala più dura del sindacalismo di sinistra dimostrò di essere impermeabile alle istanze dei brigatisti, assumendo posizioni più vicine a quelle dialoganti con le imprese di cui era portatore Guido Rossa, dirigente sindacale all’Italsider, che, individuato come un “traditore” della classe lavoratrice, fu ucciso a Genova dalle BR il 24 gennaio 1979.

C’è poi tutto il capitolo delle operazioni di polizia, sicuramente inadeguate, la cui insufficienza ha alimentato il dubbio della volontà di non liberare l’ostaggio, trascurando, perché dobbiamo contestualizzare la vicenda, che l’Italia, come gran parte dei paesi occidentali, non era in quel momento abituata a contrastare il terrorismo e i rapimenti politici. Le forze dell’ordine non erano addestrate a fronteggiare i terroristi clandestini. E non possiamo non ricordare che, per motivi politici, sui quali forse si dovrebbe ulteriormente riflettere, i servizi di intelligence erano stati smantellati a seguito di vere o presunte loro deviazioni. A partire dal 1967, con la denuncia del cosiddetto “scandalo SIFAR” (lo scandalo per la verità stava nelle cose che il Servizio aveva scoperto a carico di personalità della politica, come attestò in Parlamento il Ministro della difesa Tremelloni) e poi successivamente con lo scioglimento della struttura antiterrorismo denominata SDS, le organizzazioni che avrebbero dovuto fronteggiare il terrorismo erano state sostanzialmente azzerate dopo che, a seguito dell’arresto dei capi storici dell’organizzazione che aveva rapito il giudice Sossi, si ritenne che il problema Brigate Rosse fosse stato sostanziale risolto.

In sostanza, quel che appare oggi a volte inverosimile con l’esperienza di sistemi informativi adeguati e basati sull’uso di rilevante tecnologia, si pensi soltanto alle intercettazioni ambientali ed alla capacità di seguire il movimento delle persone attraverso le celle della rete della telefonia mobile, all’epoca era pura fantascienza. Non che le forze di polizia non avessero personale di elevata professionalità, ma non è dubbio che l’addestramento fosse diretto ad affrontare altre emergenze, in particolare il pericolo rappresentato dai movimenti sovversivi di massa.

E, ancora, si è molto dubitato della attività del Comitato di crisi, nel quale pure sedeva il Sottosegretario al Ministero dell’interno, l’On. Nicola Lettieri, moroteo, delegato dal Ministro Cossiga, Comitato la cui azione “era basata sull’inerzia totale e sull’intralcio della Procura di Roma, per legge incaricata delle indagini”, come scrive il giudice Antonio Esposito nella prefazione al libro di Imposimato “i 55 giorni”.

Se consideriamo che l’assassinio di Moro costituì per le Brigate Rosse l’inizio della fine, noi dobbiamo ritenere che la linea della fermezza, indipendentemente dalle motivazioni che l’hanno suggerita, ha dato ragione a chi l’ha portata avanti ed ha evitato all’Italia una stagione di plurimi sequestri in un ricatto continuo nei confronti dello Stato che non poteva essere accettato. In questa valutazione concorrono la mia formazione giuridica ed anche la mia attenzione per gli studi di storia che, congiuntamente, mi convincono che mai lo Stato può trattare con i sovversivi se non riconoscendo la loro legittimazione politica. Uno Stato sovrano non viene a patti con chi si è posto al di fuori della legalità, come dimostrano gli eventi odierni nel Medio Oriente, dove inglesi e americani non hanno mai accettato il ricatto dei sequestratori dei loro concittadini catturati, per la liberazione dei quali era stato richiesto un compenso. Né può essere un precedente valido per un giudizio di valore sulla scelta contraria alla trattativa il caso del sequestro Cirillo, Consigliere regionale democristiano della Campania, spesso richiamato, gestito da ambienti del suo partito e che non ha coinvolto direttamente lo Stato.

Nella vicenda Moro le Brigate Rosse fecero prevalere la logica della violenza sulle ragioni della politica ed in questo senso esse appaiono un’espressione della transizione dal mondo della guerra fredda a quello della apertura che porterà alla caduta del muro di Berlino.

Infatti, diversamente dalle previsioni di molti, compreso lo stesso Moro, dopo il suo assassinio non esplose quella violenza generalizzata che i terroristi auspicavano ma si verificò una parabola discendente delle Brigate Rosse messe in difficoltà dalla fermezza dello Stato. D’altra parte manca la controprova, cioè che il cedimento alle pretese dei terroristi avrebbe salvato la vita del prigioniero.

Resta, tuttavia, l’interrogativo se si poteva fare di più e di meglio nello spazio della iniziativa autonoma dello Stato tra fermezza o clemenza senza cedimenti.

Non va trascurato in quel momento che alcuni i quali volevano trattare vi erano indotti dalla convinzione che il terrorismo aveva vinto ed erano portati ad operare in un terreno ambiguo di trattative non sappiamo con quanto reale interesse per la salvezza del leader democristiano. Quella che ha prevalso è stata la logica delle istituzioni nonostante il comprensibile dolore degli amici e degli estimatori dell’onorevole Aldo Moro che, come il professor de Jorio, sentono soprattutto la perdita dell’uomo di valore, dello studioso, del politico profetico che ha dato in un momento difficile della vita politica italiana aperture che, anche quando non condivise, hanno offerto al dibattito importanti momenti di approfondimento che saranno ripresi negli anni successivi.

Per educazione, per il ruolo professionale che rivesto, e per una certa dimestichezza con gli studi storici, coltivati insieme a quelli giuridici, io sono da sempre restio a ricercare dietrologie se non vi sono elementi probanti. Il libro ritiene di averne individuati alcuni, tratti da testimonianze assunte in contesti diversi, dalle lettere, spesso struggenti di Moro. Lettere dalle quali peraltro la personalità dello statista risulta in parte oscurata, certamente per l’effetto psicologico della costrizione nella quale si trovava. Un aspetto rilevato eppure rimosso o contestato da quanti hanno ritenuto che la personalità dello studioso e del politico non fosse stata intaccata dalla prigionia. Encomiabile la stima e l’affetto per l’uomo,  ma insufficiente la considerazione per gli effetti che la costrizione e l’isolamento possono avere anche su una personalità che ha forti riferimenti ad ideali religiosi e civili.

Anche le giuste preoccupazioni di Moro per la famiglia sembrano nettamente in contrasto con figure storiche, presenti a tutti, che hanno anteposto gli interessi pubblici, della res pubblica, a quelli delle persone e degli affetti. È vero che una cosa è parlar di morte altra è morire, come si dice comunemente, ma chi può immaginare un romano della Repubblica o dell’impero scrivere dal carcere le lettere di Moro argomentando essenzialmente sulla sua salvezza e sul tradimento degli amici? O uno dei martiri della Resistenza, dei militari catturati dall’occupante germanico e rimasti fedeli allo Stato e al suo Re, nelle lettere ai familiari il giorno prima di essere portati a morte?

Una cosa è certa, non si può chiedere ad un uomo di essere diverso da se stesso, non si può chiedere ad un filosofo della politica, ad un uomo del compromesso storico, al teorico delle trattative di esprimere una forza di volontà che lo porti a dire lo Stato innanzitutto, la legge innanzitutto, nessun cedimento alla violenza, neppure per evitare il pianto della moglie e dei figli e il dolore degli amici.

Il libro offre uno spaccato significativo delle lettere più importanti di Moro e le sue riflessioni politiche con l’accorata protesta nei confronti dei colleghi di partito che, a suoi dire, lo lasciavano in mano ai terroristi, quasi un agnello sacrificale che lui immagina scelta strumentale ai loro interessi personali. de Jorio richiama un suo articolo di quei giorni dal titolo significativo “Il Giuda è tra noi”, a dimostrazione di quell’atmosfera dai tratti sicuramente equivoci che definisce “di inferno e di orrore, così come da più di 2000 anni ispira il comportamento di Giuda”.

L’idea del complotto è sposata in qualche modo anche da uno dei magistrati che hanno indagato sul sequestro Moro, Ferdinando Imposimato. Anche lui parla de “I giorni di Giuda”, riflessioni indotte dalle indagini e dalle lettere di Moro che sospetta dei suoi compagni di partito.

Il racconto dà anche conto di posizioni politiche che in qualche modo avrebbero accettato una soluzione cruenta rispetto al timore della liberazione di Moro. Ho sempre ritenuto che l’uccisione dello statista pugliese sia stato nell’ottica “politica” delle Brigate Rosse, come ho detto, un errore perché nei fatti è stata la certificazione della fine della loro strategia rivoluzionaria ed ho sempre ritenuto che sarebbe stato molto più sconvolgente, nell’ottica eversiva che esse perseguivano, la sua liberazione accompagnata ad esempio da un comunicato stampa che affermasse l’inutilità di una ulteriore detenzione, nel presupposto che il parlamentare democristiano avesse detto tutto quello che i brigatisti da lui si attendevano. Avrebbe avuto un effetto dirompente nel mondo politico perché Moro non avrebbero potuto difendersi, non avrebbe potuto gridare la propria innocenza, ed avrebbe inutilmente affermato che nulla aveva detto dei segreti politici, interni ed internazionali, dei quali, per la sua lunga esperienza di capo del governo e di ministro degli esteri, aveva conoscenza.

A sottolineare l’ipotesi che vi fossero interessi politici alla fine cruenta della prigionia di Moro – in sostanza la tesi del complotto, per cui, come scrive Imposimato riprendendo nelle conclusioni la tesi di Rosario Priore “il governo italiano venne quasi subito esautorato di ogni potere nella gestione del sequestro, perché il caso era stato avocato a sé dalla rete Gladio della NATO” - Filippo de Jorio ricorda una frase del diplomatico americano Steve Pieczenik, consulente del Comitato di crisi, che, dopo molti anni di silenzio, ha affermato che era stato “manipolato rigidamente il caso Moro al fine di stabilizzare la situazione in Italia”. In sostanza per il governo americano sarebbe stato forte il timore che, alla fine, Moro venisse rilasciato. "Mi aspettavo che le Brigate Rosse si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo (nel programmare la sua uccisione) e che lo liberassero, mossa questa che avrebbe fatto fallire il mio piano”. Per de Jorio una importante confessione, che peraltro contrasta con altre parti della dichiarazione di Pieczenik quando afferma che il suo compito era di cercare di salvare l’ostaggio senza cedere alle pressioni dei terroristi (a pagina 291 del libro di Imposimato) tanto che – in relazione all’andamento delle indagini – egli se ne è andato via “prima del previsto”. In sostanza smentendosi. Un personaggio sulla cui attendibilità, dunque, è lecito nutrire dei dubbi in ordine al ruolo avuto nella vicenda dal nostro più importante alleato internazionale, considerato che appaiono singolari le dichiarazioni di un diplomatico che, sia pure a distanza di anni, attesta di una intromissione gravissima negli affari interni di un paese alleato, per di più con una finalità sicuramente illecita. Per poi rifugiarsi in un ruolo di osservatore che, deluso dall’esautoramento del Comitato di crisi, torna a casa.

Non c’è dubbio, comunque, che la confusione fu tanta, a livello politico e investigativo, da alimentare i sospetti di una macchinazione nella quale probabilmente, tra inefficienze di ogni genere, si sono inseriti anche degli autentici millantatori ritenuti affidabili anche da chi, per motivi politici, aveva interesse a creare e ad alimentare contrapposizioni tra Moro e i vertici del suo partito in un contesto internazionale ancora dominato dall’ombra di Yalta, come dimostrano le successive inchieste giudiziarie legate all’attentato al Papa Giovanni Paolo II che ha rivelato un intreccio di interessi particolarmente complesso.

Il libro di Filippo de Jorio costituisce un apporto significativo alla conoscenza dei fatti e ad una riflessione sulla psicologia dello statista pugliese attraverso una rilettura delle sue lettere dal carcere delle Brigate Rosse che rivela, ad un tempo, la sua umanità, la sua fede ma anche un suo modo di concepire i rapporti personali politici e l’idea della legalità e dello Stato. Moro è un cattolico, di quelli della sinistra democristiana, più di altri legati ad una tradizione nella quale prevale la concezione sociale, meno quella istituzionale. In realtà proprio dalle sue lettere, nelle quali mai sono richiamati principi dello Stato, si percepisce quel distacco dalla storia nazionale conseguenza del non expedit con il quale Pio IX, per contestare l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ha tenuto i cattolici fuori dalla fase di formazione dello Stato unitario così impedendo loro, che avevano costruito una presenza significativa nel contesto economico e sociale delle varie regioni italiane, basti rileggere L’opposizione cattolica di Giovanni Spadolini, di concorrere, nella fase delicatissima del decollo dello Stato unitario, alla formazione della legislazione nazionale (si pensi al tema della scuola) ed alla definizione delle politiche pubbliche nelle quali si identifica uno Stato democratico e liberale dei nostri tempi.

Paghiamo ancora oggi quella lontananza dei cattolici dal pensiero democratico liberale che ha animato lo spirito unitario del Risorgimento, nel quale sono confluiti significativi apporti del più vasto pensiero politico laico e religioso, da Mazzini a Gioberti, compresi quanti avevano visto con favore l’invio di un contingente papalino guidato dal Generale Durando a combattere a fianco dei piemontesi del Re Carlo Alberto nelle tragiche giornate del 1848, alla vigilia della fatal Novara.

30 dicembre 2014

 

 

 

 

 
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