SENTENZE ADDOMESTICATE
di Filippo de Jorio (*)
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Nell’ultimo articolo pubblicato su questa Testata spiegavo la mia opinione circa il degrado dello Stato di Diritto, fatto di diritti e di doveri per tutti, dei principi della sovranità popolare affidata al popolo e non alle scelte interessate dei capi Partito e sostenevo anche che la libertà di stampa, in senso proprio, è ormai latitante.
Allorchè formulavo questi giudizi non mi aspettavo però che la conferma arrivasse così tempestiva in tutta la sua gravità proprio dalla Corte Costituzionale e cioè dal massimo organo di garanzia delineato dalla Magna Charta italiana, da quel Giudice delle leggi che dovrebbe essere il supremo censore delle storture e delle vulnerazioni della legge stessa.
Sto parlando della sentenza n. 197/2010 in materia di doppia I.I.S. che ha, per così dire, sotterrato tutta la giurisprudenza della Consulta in materia dalla sentenza 566/89 (per non parlare delle sentenze e ordinanze 115/90, 204/92, 438/98, 516 e 517/2000, 89/2005, 119/2008). In questo frangente è apparso evidente che, purtroppo, anche il Giudice delle Leggi, non si sottrae alle pressioni politiche e soprattutto a quelle – spesso bugiarde – che vengono da chi gestisce l’economia.
Certo, se si ricoprono determinate posizioni di potere statuale, non è difficile dire ai vertici della magistratura giudicante che il bilancio dello Stato è in pezzi e che occorre il loro determinante appoggio per ridurre i costi delle sentenze favorevoli.
E non è difficile neppure trovare ascoltatori pronti a sacrificarsi ad una ragione di Stato che, secondo noi, tale non è, perché contribuisce ad aggravare la crisi generale dei contenuti della giustizia, e quindi quella del sistema.
Fatto si è che, negli ultimi mesi, Corte dei Conti, Corte di Cassazione ed ora anche Corte Costituzionale, hanno fatto a gara nel gettare a mare la loro precedente giurisprudenza in materia di doppia I.I.S., cooperando a ridurre gli spazi dei diritti ai danni della maggioranza sofferente del Paese, garantendo invece – poiché questa ne è la involontaria conseguenza – il mantenimento di quei privilegi di cui la Casta non vuole assolutamente sbarazzarsi (come delle auto blu che costano 18,5 miliari di euro al contribuente italiano + i costi del personale distolto, tra l’altro, da altri e più confacenti impegni di ordine pubblico o della difesa).
La prova di quanto affermo è nel fatto che le sentenze della Corte dei Conti, della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale sull’argomento del diritto dei titolare di due pensioni a godere su entrambe della I.I.S., fino a qualche mese fa favorevoli ai pensionati, sono improvvisamente cambiate e ciò senza che vi sia stata alcuna legge modificativa o estintiva delle norme giuridiche sul tema!
E, si badi bene, che la I.I.S. non è il frutto di un donativo o di una liberalità degli Enti Previdenziali e dello Stato, ma il prodotto della contribuzione previdenziale che i dipendenti pubblici e privati pagano per tutta la loro vita lavorativa!
Come il volto della giustizia è mutato! Quantum mutatus ab illo! Come il tempo ha cancellato tante egregie opere……
Per riportarmi ad una dimensione più alta e nobile, ho due ricordi del grande Saia, Presidente della Corte Costituzionale, che serbo preziosamente e che vorrei partecipare ai miei lettori.
Primo ricordo: mi spiegò che “tutte le volte che viene discussa davanti ai giudici della Consulta una causa che porta aggravi di bilancio, il Tesoro fa pervenire una “noticina” nella quale spiega, sempre con molta enfasi, i guasti economici, che potrebbero derivare dall’accoglimento del ricorso al bilancio dello Stato”. “Ma io non ne tengo conto”, disse.
Secondo ricordo: un bel giorno questo integerrimo Magistrato convocò una conferenza stampa. Spiegò ai giornalisti che subiva pressioni dal Ministro del Tesoro, che allora era Giuliano Amato, sulla soluzione di una certa questione che, se non erro, era quella della pensione dei Magistrati e degli Avvocati dello Stato, patrocinata dall’avv. Pascasio e da me che si concluse con la sentenza 501 dell’’88 che perequò queste pensioni che avevano perduto gran parte del loro valore per effetto dell’inflazione a due cifre e cominciò la stagione delle grandi sentenze a favore dei pensionati, oggi dimenticate.
Ma torniamo al caso della doppia I.I.S.: le sentenze negative di questo diritto non prendono in esame, anzi dimenticano, un fatto fondamentale. L’ho accennato prima. La I.I.S. non è una liberalità ma un diritto, frutto di contributi, cioè di accantonamenti che appartengono ai pensionati.
E’ fondamentale per il rispetto dei diritti e per evitare una ingiusta locupletazione dell’INPDAP e dell’INPS a danno dei cittadini, fare oggetto di indagine e di valutazione la seguente circostanza di fatto:
Durante la vita lavorativa di qualsiasi soggetto iscritto all’Assicurazione Generale Obbligatoria o forme sostitutive di essa per i privati, e all’INPDAP per ciò che riguarda il settore pubblico; cioè qualsiasi lavoratore del settore pubblico o privato, riscuote la indennità integrativa speciale (o indennità di contingenza) sullo stipendio e su di essa paga i relativi contributi previdenziali, fondamentalmente destinati a quello che sarà per essere il trattamento pensionistico.
Orbene, nel caso di percettore di due pensioni l’una a carico dello Stato e cioè dell’INPDAP e l’altro a carico dell’INPS (o gestioni equivalenti) accade che sulla pensione privata pagata dall’ente, questo si rifiuta di pagare la I.I.S. perciò incamera tutta quella parte di contributi corrisposti dal dipendente durante tutta l’attività di servizio sulla parte dello stipendio pagata a titolo di I.I.S. o indennità di contingenza.
Queste somme che non competono all’INPS o alle altre gestioni dell’AGO per i dipendenti privati o all’INPDAP, per i pubblici, sono indebitamente trattenute dagli Enti previdenziali. Se ne deve perciò interrompere la riscossione per il futuro e, ovviamente, per quanto riguarda il passato devono essere restituiti al pensionato che li ha accantonati ed affidati agli enti previdenziali durante la sua attività lavorativa.
Poiché il pagamento dei contributi previdenziali rappresenta un’obbligazione legale, venendone meno il presupposto, le somme percepite a tale titolo dall’Ente dovrebbero essere automaticamente restituite allorchè il dipendente va in quiescenza.
Ma poiché è ben difficile che, nella attuale temperie antigiuridica questo accada, la Consulta dei Pensionati ha messo a disposizione degli aventi diritto l’opera dei suoi legali in tutta Italia, per una azione legale volta al recupero delle ingenti somme prelevate dall’INPS o dagli altri enti dell’A.G.O. (INAIL, ENASARCO, CASSA DI PREVIDENZA o dell’INPDAP etc.) “sine titulo”.
Come si vede la gestione dei problemi giuridici non è una cosa che si possa affrontare con leggerezza, come accade purtroppo per la compilazione delle liste elettorali, perché gli errori compiuti rischiano di portare conseguenze spesso non tutte prevedibili e, di certo, non aumentano il prestigio delle pubbliche istituzioni, né la fiducia sulla giustizia.
Molto meglio sarebbe intervenire su quei 60 miliardi di euro di ruberie che, secondo l’autorevole parere della Corte dei Conti, appesantiscono il bilancio dello Stato.
Si tratta di circa 110.000 miliardi di vecchie lire. Una somma enorme che potrebbe, da sola, risanare i conti.
Ma c’è una vera intenzione della classe politica di colpire la corruzione della politica?!
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* Presidente dei Pensionati Uniti e della Consulta dei Pensionati