Come abbiamo già scritto nell’ultimo numero del Borghese, il “processo breve”, anche se dovesse passare l’emendamento che prevede l’aumento dei tempi del processo di I° grado a 3 anni, è una mera improbabilità, per non dire una impossibilità assoluta, almeno con gli attuali organici di magistratura, di cancelleria e di personale ausiliario.
Credo che soltanto chi sia del tutto assente dalle aule o digiuno delle cose di giustizia possa coltivare seriamente la speranza che da questo progetto possa scaturire qualche sollievo per i mali del processo italiano.
Prova ne sia lo scetticismo degli esperti sui risultati finali di questa manovra. Essa si evince chiaramente dai progetti correttivi di questa riforma che vengono portati avanti, nella non difficile ipotizzazione del suo insuccesso.
C’è chi invoca l’abolizione di un grado di giudizio, quello d’Appello, chi invece punta l’indice contro la Cassazione, per la quale arriva a prevedere che le nuove misure di riforma nel C.C. e i vari “filtri” (con intenzioni chiaramente marthusiane, cioè destinati a diminuire il numero dei ricorsi decretandone l’inammissibilità), non serviranno a granchè.
In realtà, tutti questi espedienti, ove mai attuati, influiranno gravemente sui contenuti delle sentenze, cioè renderanno le decisioni meno soggette ad impugnativa e quindi meno suscettibili di correzione, più lontane da una giustizia sostanziale, già ostacolata dal fatto che la interpretazione della legge è diventata preminente rispetto alla legge stessa.
A ben vedere è proprio di questi contenuti delle sentenze che dobbiamo preoccuparci, cioè della necessità sempre più sentita di garantire decisioni conformi al diritto e non a variegate interpretazioni non di rado arbitrarie ed anche di garantire una ragionevole durata in termini temporali alla giurisprudenza, almeno della Corte di Cassazione, affinchè vi sia quantomeno una ragionevole omogeneità tra le pronunce delle varie Corti territoriali.
Perciò noi continuiamo a pensare che non bisogna toccare le garanzie giurisdizionali per non vulnerare ulteriormente il contenuto delle sentenze cioè la giustizia sostanziale.
Persistiamo nel sostenere che qualsiasi riforma della giustizia, qualsiasi “processo breve”, qualsiasi manipolazione delle garanzie giurisdizionali, non possa avvenire senza aumentare il numero dei magistrati, aumentare l’informatizzazione, creare strutture logistiche efficienti, con il correlativo aumento del personale di cancelleria e, naturalmente, senza dimenticare gli ausiliari di giustizia che sono una parte non trascurabile dell’intero impianto.
E’ ovvio che le nozze non si possono fare con i fichi secchi, che ci vuole volontà politica vera e stanziamenti adeguati! Il Ministro Alfano è un avvocato, tutte queste cose le sa bene! Comprendiamo che dire la verità al Presidente del Consiglio non sempre è agevole e non sempre conveniente, perché molti di quelli che ci hanno provato ne pagano ancora le spese!………….Ma poiché la carriera politica del Ministro, data la sua giovane età, è appena iniziata, pensiamo che questo lusso se lo possa anche permettere.