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VITTORIA MUTILATA

C’È MAGISTRATO E MAGISTRATO!

VITTORIA mutilata

di FILIPPO DE JORIO *

 


 

DI QUESTO caso si è occupato il nostro giornale già dalla sentenza di appello, vedi l’articolo «Ingiusta Giustizia» pubblicato sul n. 9/10 settembre/ottobre 2008. I fatti sono i seguenti:

Una signora, dirigente generale del Ministero degli Interni, figlia di magistrato di grado apicale, viene operata per un impianto di protesi all’anca. Un’operazione molto semplice, ma che nella fattispecie non si doveva fare perché il quadro clinico e le analisi la proibivano espressamente (anemia, anomalie molto gravi nella composizione del sangue, piastropenia etc.). Viene invece operata egualmente nonostante le sue condizioni e nonostante che l’intervento non fosse «di necessità » ma «di elezione», da un équipe di noti sanitari (Bove Francesco, Thomas Wolfram, Zucaro Domenico, Fontana Raffaele) presso la clinica «Città di Roma» appartenente ai noti boss della sanità laziale, i fratelli Garofalo. L’operazione scatena un processo tanatologico irreversibile. La paziente muore a meno di un anno dall’intervento, dopo una atroce agonia, nel fiore degli anni.

Denuncia, inchiesta, rinvio a giudizio, processo per omicidio colposo. Il giudice di I° grado assolve. Anche il PM dott.ssa Giammaria, modificando il suo precedente avviso, chiede l’assoluzione. Il Giudice di II° grado è animato da diversi propositi anche perché c’è l’appello del PG (un bravo ed intelligente Magistrato, il PG facente funzioni dott. Calderone). La Corte d’Appello di Roma svolge un’istruttoria dibattimentale molto seria ma assolve gli imputati per mancanza di dolo (senza riflettere al fatto che qui il dolo non c’entra, posto che si tratta di omicidio colposo!) anche perché invece del Procuratore Generale Calderone che ha fatto l’appello l’accusa è rappresentata da un sostituto che viene in udienza e sbaglia addirittura fatti e nomi e per giunta, senza dare alcuna ragione alle sue conclusioni, chiede l’assoluzione degli imputati. Ma tutto cambia davanti alla Corte Suprema!

La sentenza 2149/09 della Corte di Cassazione IV Sez. Penale non si fa pregare per dire la verità (troppo a lungo mistificata e nascosta). Il Presidente è un fiorentino, avveduto e preparatissimo, la Relatrice ha studiato profondamente la causa, il PG, questa volta sa tutto delle migliaia di pagine dell’incarto processuale: Insomma, quasi un miracolo! Il Sole- 24 Ore nel numero del 28 novembre 2009, dedica una intera pagina alla decisione!

Questa la composizione del Collegio: Dott. MOCALI Piero, Presidente; Dott. CAMPANATO Graziana, Consigliere; Dott. MARZANO Francesco, Consigliere; Dott. FOTI Giacomo, Consigliere; Dott. MAISANO Giulio, Consigliere. Morale: gli imputati sono sfuggiti alla sanzione penale perché affidati ad ottimi avvocati. Essi sono riusciti a prolungare i tempi del processo (15 anni) ed hanno beneficiato di molta indulgenza da parte della Corte d’Appello e dallo strano comportamento del PG, che non ha rispettato il ricorso fatto dal suo predecessore dott. Calderone. Ma la verità è stata alfine ristabilita davanti alla Corte Suprema, sia pure sotto il solo profilo civilistico.

In Italia esistono bravissimi magistrati, diligenti, scrupolosi, onesti, preparati. Purtroppo, però, ve ne sono altri cui queste qualità mancano completamente. È per questo che la giustizia declina.

Quanto a me, sono appagato moralmente, avendo patrocinato questo caso fin dall’inizio nei tre gradi di giudizio, per essere riuscito ad estrarre da un sistema complessivamente ingiusto questa partìcula di giustizia da offrire a chi, purtroppo, non c’è più e a chi rimane.

*Presidente della Consulta dei Pensionati e dei Pensionati Uniti

Nota (1) Una volta esisteva la cosiddetta giurisprudenza «consolidata» della Corte di Cassazione. Un complesso di decisioni sulle quali tutti i giudici di merito potevano fare sicuro affidamento. Oggi non più. Ad esempio, per anni dottrina e giurisprudenza si sono date da fare per indagare il concetto di responsabilità dei sanitari per operazioni andate a male per colpa degli operatori. Su questo tema sono stati scritti fiumi di inchiostro, fino ad una sentenza delle Sezioni Unite Penali della C.S. del luglio 2002, il famoso caso Franzese che ha trovato un punto di riferimento sicuro, la c.d. prova «contro fattuale», identificata nella indagine seguente: i giudici dovranno valutare se, supposto come avvenuto il comportamento dei sanitari conforme alle regole dell’arte medica, si sarebbe o meno prodotto nel caso di osservanza di queste regole da parte dei medici, l’evento luttuoso o dannoso. Questa sentenza non fu più contraddetta dalle Sezioni Unite, per cui allo stato delle cose, in materia di responsabilità per colpa delle équipes sanitarie o di singoli operatori la giurisprudenza è costante, tesa a colpire con giusta severità tutti i casi di negligenza, imperizia, colpa in generale, a danno dei cittadini. Del resto, anche prima, a partire dagli anni ’90, la Corte Suprema era sempre stata severa nel giudicare le ipotesi di colpa medica. Ci sono però dei casi di giudici e di sentenze a cui della Cassazione non gliene importa proprio nulla. Citiamo, a titolo di esempio, una sentenza clamorosa, la n. 3304/08 di pochi giorni fa, frutto dell’intensa applicazione della I^ Sezione penale della Corte d’Appello di Roma (Presidente Albano) davanti alla quale si dibatteva il caso di una équipe di sanitari famosi e potenti che, per evitare (costose) indagini che avrebbero pesato sul bilancio di una clinica privata, avevano operato e condotto a morte una ignara paziente nonostante che tutte le analisi che la riguardavano consigliassero il rinvio dell’operazione e l’approfondimento delle indagini, ragione per la quale la «catena di montaggio» degli atti operatori non subì né interruzioni né sfasature, ma la paziente morì. La sentenza in questione riconosce la colpa degli imputati sull’arco di quasi venti pagine e poi giunge alla sbalorditiva conclusione che «la colpa dei sanitari deve essere valutata con una certa comprensione per la difficoltà dei casi particolari», «va giudicata, insomma, con una certa elasticità» per cui «la colpa medica non può essere valutata dal giudice con criteri assolutamente rigorosi». Per cui, i «baroni» sono stati assolti benché la loro colpa sia stata ampiamente provata e riconosciuta dalla stessa sentenza, mentre la povera novantenne che chiedeva giustizia per la figlia morta precocemente è rimasta priva di un atto a nostro avviso assolutamente obbligato nel caso di specie. Vero è che i primi erano uomini ricchi e potenti e l’anziana signora che aveva visto la figlia condotta a morte dalla malasanità, a soli 45 anni, non contava granché!

 
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